«La violenza adolescenziale non è un destino individuale, ma un fenomeno profondamente sociale. Occorre evitare narrazioni allarmistiche e puntare su educazione, responsabilità e consapevolezza delle conseguenze. Servono regole chiare, ascolto e interventi educativi mirati», così Sabrina Molinaro, ricercatrice del Cnr e responsabile dello studio condotto su 17.000 studenti in tutta Italia.
Lo studio, pubblicato su queste colonne, ha evidenziato tra l’altro come negli ultimi sette anni siano raddoppiati gli atti di violenza nelle scuole e che, almeno 90mila studenti andrebbero in classe armati di una lama [LEGGI].
I recenti fatti di cronaca a livello nazionale, come l’uccisione a La Spezia, in classe, del giovane Abanoud Youssef, 18 anni, pongono seri elementi di riflessione per tutto il sistema educativo e sociale, compresa la politica.
Uso armi a scuola. “Somma di fragilità”. Cause e fattori di rischio
Sabrina Molinaro, i numeri vanno letti come un’emergenza?
«No, vanno letti come segnali di contesto. Non sono etichette da appiccicare ai ragazzi. I comportamenti violenti emergono più facilmente quando si accumulano fragilità scolastiche, familiari e relazionali. È lì che bisogna intervenire, prima che il disagio trovi forme estreme di espressione».
Qual è il profilo del giovane violento?
«Non c’è un’etichetta individuale ma una convergenza di rischi. È spesso un ragazzo con difficoltà scolastiche, inserito in un contesto familiare fragile, che fa uso di sostanze e vive relazioni povere o conflittuali, sia offline che online. Non un “mostro”, non un caso isolato, ma un adolescente che accumula fallimenti e perde punti di riferimento».
Dai dati emerge un gradiente molto forte legato alla scuola.
«La scuola resta uno dei principali fattori di protezione. Quando funziona, quando riconosce e contiene, riduce drasticamente il rischio. Quando invece diventa solo un luogo di fallimento, perde questa funzione e lascia spazio ad altre dinamiche, spesso più distruttive».
Quanto pesa il contesto familiare?
«Moltissimo. Non parliamo di modelli ideali, ma di stabilità, presenza e qualità delle relazioni. I dati mostrano chiaramente che dove i legami sono fragili o interrotti, i livelli di violenza aumentano. Il supporto affettivo e la supervisione genitoriale sono elementi chiave».
L’uso di sostanze sembra un moltiplicatore.
«Sì. Le sostanze non spiegano da sole la violenza, ma ne amplificano gli effetti. Aumentano impulsività, conflitto e perdita di controllo. È un fattore che si somma agli altri e rende più probabile il passaggio all’atto».
Colpisce il legame tra cyberbullismo e violenza offline.
«È un punto centrale. Non esiste una frattura netta tra online e offline. Chi agisce violenza in rete tende a mostrare livelli più alti di violenza anche nella vita reale. Cambia il mezzo, non il meccanismo».
La dimensione economica è meno lineare di quanto si pensi.
«Esatto. La povertà aumenta alcuni rischi, ma non spiega tutto. L’uso di un’arma attraversa tutte le classi sociali. Questo ci dice che non possiamo ridurre il problema a una sola variabile».
Violenza nelle scuole. 90mila studenti con coltelli in classe
In questi mesi si è parlato molto di “liste di stupri” e fenomeni simili. Come vanno letti?
«Su questo fenomeno specifico non disponiamo di dati solidi, quindi è importante evitare letture affrettate o generalizzazioni. Nel quadro più ampio dei comportamenti giovanili, questi episodi possono essere interpretati come forme estreme e distorte di comunicazione, che mescolano provocazione, ricerca di visibilità e dinamiche di gruppo».
C’entra il mondo digitale?
«È plausibile. La normalizzazione del linguaggio violento online, la logica della gogna digitale e il continuo passaggio tra spazio virtuale e spazio fisico trovano qui una nuova espressione. Non è detto che indichino un aumento della violenza reale, ma parlano di confusione sui confini e di scarso riconoscimento dell’altro».
Qual è allora la risposta più efficace?
«Evitare narrazioni allarmistiche e puntare su educazione, responsabilità e consapevolezza delle conseguenze. Servono regole chiare, ascolto e interventi educativi mirati. La violenza adolescenziale non è un destino individuale, ma un fenomeno profondamente sociale. Capirne le radici è il primo passo per non lasciare soli i ragazzi più vulnerabili».







