PISA – “I nostri figli si conoscevano poco, ma oggi siamo qui per mandare un messaggio di amore”. Due donne, mano nella mano. Dentro quella stretta ci sono due famiglie travolte dalla stessa tragedia, quella che ha spezzato il suono della prima campanella dopo il rientro dalle vacanze estive.
Era il pomeriggio del 17 settembre 2025 quando Jacopo Gambini, 17 anni, e Leonardo Renzoni, 16, per una tragica fatalità, si scontrarono con le rispettive moto. Uno morì sul colpo, l’altro dopo alcuni giorni di ricovero in ospedale.
Una tragedia che colpì profondamente Pisa e San Giuliano Terme, comunità che si strinsero attorno agli amici di sempre, ai compagni di scuola, ai ragazzi della parrocchia, alle famiglie dei due adolescenti. Ma che, allo stesso tempo, chiuse nel silenzio Antonella e Giada, le mamme dei due ragazzi. Fino a ieri.
Nel giardino dell’Istituto Da Vinci-Fascetti – la scuola frequentata da Jacopo, che sognava di diventare pilota d’aerei – si è svolta la manifestazione “Liberi in sicurezza”, l’iniziativa dedicata alla sensibilizzazione degli studenti sui rischi della strada. L’evento è stato organizzato dall’assessore alle politiche giovanili di Pisa, Frida Scarpa, insieme agli istituti frequentati dai due ragazzi. Ed è stato proprio lì che Antonella, mamma di Jacopo, e Giada, mamma di Leonardo, sono apparse davanti a centinaia di studenti senza mai lasciarsi la mano. Accompagnate dai mariti, hanno scelto di incontrare i ragazzi per «parlare di amore, di futuro e di una sedia che, a casa nostra, è rimasta vuota. Così come un banco nelle vostre aule».
Quei sogni ancora tutti da vivere
“Jacopo – racconta Antonella – aveva i vostri stessi sogni, la stessa voglia di spaccare il mondo e quella sensazione di sentirsi un po’ invincibili. Però non è così”. Basta osservare i motorini parcheggiati all’ingresso della scuola per capire che parole simili, molti di quei ragazzi, devono averle ascoltate decine di volte prima di uscire di casa. Frasi dette al volo da una madre o da un padre mentre si allaccia un casco e si chiude la porta alle spalle. Dentro quell’aula, però, assumono un peso diverso. Perché a pronunciarle è una donna che un figlio lo ha perso davvero. E allora il silenzio che cala tra gli studenti sembra quasi rendere tangibile ogni parola. “Basta un attimo di distrazione per cambiare per sempre la vita di tante persone. Vi chiediamo un favore, da genitori: ogni volta che vi mettete alla guida, fate attenzione. Fate tesoro di quanto accaduto quel 17 settembre”.
Poi prende la parola Giada. Parla della necessità di mantenere viva la memoria dei figli, “fiori che stavano sbocciando”, e della volontà di trasformare quel dolore in “qualcosa capace di arrivare agli altri”. Ma ancora una volta il centro del suo intervento sono i ragazzi seduti davanti a lei, molti con gli occhi lucidi e il volto segnato dal pianto. “Noi mamme non siamo ansiose: parliamo per esperienza e vi chiediamo di avere cura della vostra vita”.
Ma alla fine, più delle parole, restano quelle mani che continuano a stringersi dall’inizio alla fine della mattinata. Quelle di due madri che hanno scelto di trasformare il proprio dolore in un messaggio di amore per i ragazzi.







