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LIDO DI CAMAIORE – “I giornalisti e le giornaliste brave ci sono ancora. Eccome se ci sono. Eppure la Rai – dell’informazione, ma anche dell’intrattenimento – è in crisi. Profonda. Perde ascolti e figure di spicco.

Un’emorragia inarrestabile. Ma – ricorda Piero Badaloni, cronista, inviato, conduttore di tg e di programmi che hanno fatto la storia della televisione – la Rai è stata per decenni punto di riferimento internazionale sui fatti italiani ed europei. Come e meglio dell’inglese Bbc”.

Per il libro – “La Rai che ho vissuto” – Badaloni ha fatto fatica a selezionare gli episodi da inserire: il sequestro Moro, l’attentato al Papa, il terremoto in Irpinia, il caso di Alfredo Rampi e la prima diretta tv ininterrotta: 18 ore a reti unificate,  con l’Italia incollata al televisore, davanti a un anonimo pozzo artesiano, insieme a speleologi e al presidente Pertini, a sperare all’unisono che il bambino venisse salvato. “Quella Rai, oggi, è quasi svanita. É sostituita da Tele-Meloni, un’informazione al servizio di chi comanda e non del pubblico”, osserva il cronista, conduttore, scrittore. “Per farla tornare quella che era – suggerisce – basterebbe molto poco: togliere al governo le nomine di chi è ai vertici della tv di Stato e rimettere il controllo nelle mani del Parlamento, come ha già deciso anche l’Europa. Rimandandoci alla riforma che l’Italia aveva già approvato per la tv di Stato, 50 anni fa. Peccato, che questa riforma – osserva Badaloni – sia stata stravolta da governi di destra e di sinistra, senza differenza alcuna. Con un danno inestimabile al patrimonio nazionale”.

Di questo e di che cosa è stata davvero la tv di Stato, Badaloni parla stasera, 11 agosto, alle 21,30, a Lido cult, rassegna di incontri  (a ingresso gratuito) in programma sul viale a mare di Lido di Camaiore, all’altezza del pontile. Badaloni sarà intervistato dalla collega, Tiziana Ferrario.

Badaloni, nel suo ultimo libro – “La Rai che ho vissuto” – lei racconta la televisione pubblica che lei ha vissuto, sia prima che dopo l’esperienza politica come presidente della Regione Lazio: la Rai del ritrovamento del corpo di Aldo Moro o della prima diretta non stop, a reti unificate, per 18 ore, del tentativo di salvare Alfredo Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano a Vermicino, in provincia di Frascati. Perché proprio oggi la decisione di raccontare una Rai che sembra quasi non esistere più?

“Ho coperto gli eventi  dalla metà degli anni ’70, da quando è nato il Tg1. Uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere il libro è che siamo nel cinquantenario della nascita di questa testata considerata ammiraglia della Rai, nata, appunto, nel 1976. Io sono  entrato a maggio del ’76 al Tg1 e ci sono rimasto fino a quando sono andato in pensione nel 2011, per raggiunti limiti di età. La parentesi politica è stata di cinque anni, dal 1995 al 2000. Prima di quella esperienza, ho seguito appunto, non solo i grandi fatti della seconda metà degli anni Settanta, ma anche quelli degli anni Ottanta, Novanta e anche tutta la prima fase del XXI secolo. Ogni decennio ha avuto le sue caratteristiche e, in qualche misura, ho avuto la fortuna di seguirle come cronista e quindi di essere testimone di varie fasi della storia nazionale”.

Bella questa definizione che dà di sé: cronista. Che differenza c’è fra un giornalista e un cronista?

 “Non a caso, il sottotitolo del libro è “Diario di un (tele)cronista. Quanto alla differenza di cui mi domanda, per la mia esperienza le dico che il cronista racconta i fatti di cui è chiamato a essere testimone e cerca, almeno così è stato per me, di raccontarli nella loro totalità, impegnandosi a non nascondere niente. Non è che si può raccontare solo una parte della verità perché fa comodo o perché c’è una parte scomoda che va nascosta. Su questo sono sempre stato molto fermo ma devo dire che solo due o tre direttori hanno tentato, in qualche maniera di distorcere quello che era lo spirito originario della testata (il Tg1).  Ma nel periodo in cui sono stato io al Tg1 si sono alternati 15 direttori: quindi, in qualche misura, c’è stato un rapporto della redazione con i direttori – che io racconto nel libro – di reale vigilanza.

Ogni direttore quando arriva presenta il piano editoriale (l’impostazione che darà alla testata, ndr)  per ottenere la fiducia della redazione. Quindi per noi è stato importante verificare in quale misura poi veniva tenuta fede, da parte dei direttori, all’impegno assunto con il piano editoriale”.

E quando questo non è accaduto? Quando i direttori non hanno mantenuto gli impegni?

“Laddove ci siamo resi conto che ci sono stati dei tentativi di allontanarci, di stravolgere l’impegno assunto con il piano editoriale, la redazione ha reagito. Questo lo trovo un fatto positivo”.

Per decenni la Rai è stata considerata a livello internazionale un po’ come la BBC britannica: un riferimento di qualità nell’informazione pubblica. Oggi non è più così, malgrado la qualità dei colleghi e delle colleghe sia ancora molto alta. Non a caso, la Rai in generale (e i suoi tg) sono stati ribattezzati (dalla sinistra) Tele-Meloni, neologismo che nel 2024 è entrato anche nel vocabolario Treccani.

“Ritengo che ci sia una crisi generale dell’informazione partita dai primi anni del Duemila. Io la identifico con due elementi: il primo è il passaggio dal sistema elettorale proporzionale al  sistema elettorale maggioritario. Non è che possiamo nascondere che la lottizzazione in Rai non ci sia mai stata, sarebbe ipocrita: c’è stata anche nei decenni passati. Però, con il sistema proporzionale c’era in qualche modo un equilibrio che veniva garantito, un pluralismo che veniva assicurato. Ad esempio, il mio primo direttore al Tg1 era un direttore cattolico, però il mio primo capocronista era di area laica (della sinistra laica), così come il capo redattore degli Esteri era di area liberale. Poi era una garanzia che le riunioni quotidiane, in redazione, per fissare la scaletta del telegiornale, ci fosse un confronto vivace, che non degenerava mai in rissa, ma che trovava una sintesi nella decisione del direttore”.

Che cosa è successo con il passaggio al sistema elettorale maggioritario?

“Quando si è passati al sistema maggioritario, sono successi due fatti: primo si è interpretato questo sistema elettorale come un principio di spoil system (all’americana: chi vince nomina tutti i vertici, collaboratori, consulenti, ndr) per cui se ho vinto io prendo tutto io, tutti i posti. Per giunta, l’aggravante è stata la riforma Gasparri del 2004 che ha fatto passare il controllo del rispetto del pluralismo, del ruolo del servizio pubblico della Rai sotto il governo. L’ha trasferito dal governo al Parlamento”.

In concreto che cosa significa questo passaggio?  Cosa cambia se a controllare la Rai è il governo e non il Parlamento? 

“Questo significa aver resa molto pesante l’invadenza, l’ingerenza della politica nella linea editoriale dei telegiornali. Poi la riforma Gasparri, nel 2015 è stata addirittura peggiorata dalla riforma Renzi, con l’introduzione per la Rai dell’amministratore delegato  che aveva pieni poteri e che dipendeva direttamente dal presidente del Consiglio. Più diretto di così il controllo del governo come è possibile immaginarlo? Questo ha portato piano piano a quella Rai che oggi viene chiamata Tele-Meloni.

Ma mentre la riforma del 2004 era stata approvata con un governo di centrodestra, quella del 2015 porta la firma di un governo di centrosinistra: quindi nelle condizioni attuali della tv di Stato ci sono  delle responsabilità che riguardano un po’ tutto il campo politico. Lo ribadisco: non si può raccontare la verità solo a metà. Però mi rendo conto che esiste una carenza di informazione che affligge il pubblico radio-televisivo, perché non ci sono elementi per capire fino in fondo cosa è successo, perché è successo e come è successo. Il mio libro si pone anche questo obiettivo: attraverso il racconto dei momenti più significativi della mia vita professionale io racconto anche la storia della Rai in cui ho vissuto e che nel corso degli anni ha subito vari cambiamenti”.

Come ha visto cambiare la sua Rai?

“I cambiamenti sono iniziati con la riforma del 1975, a mio avviso l’unica valida (fra l’altro la vigilanza sulla Rai passò dal governo al Parlamento, con una specifica  Commissione; nacque Rai3, ndr). Ma poi è scivolata, piano piano, con altre riforme verso la dipendenza dal governo, nel tentativo un po’ ipocrita di rendere più indipendente la governance. Il risultato è stato proprio il contrario: la Rai è stata resa sempre più dipendente dalla politica, fino all’ultima riforma del 2015. In realtà, ci fu un solo tentativo da parte di Ciampi di riportare il controllo del servizio pubblico sotto il Parlamento:  l’allora  Capo del governo fece passare sotto la diretta responsabilità del presidente della Camera e del presidente  del Senato la nomina dei cinque membri del consiglio di amministrazione della Rai. Ed è lì che nacque la cosiddetta “Rai dei professori” che poi, purtroppo, durò solo un anno. In quel caso, fu nominato direttore del Tg1 Demetrio Volcic, non certo l’ultimo arrivato.

Quando dopo il governo Ciampi arrivò il governo Berlusconi, si passò dalla Rai dei professori alla Rai dei manager e presidente della Rai fu nominata Letizia Moratti che, nell’arco di appena un mese, via fax revocò l’incarico a Volcic,  senza nemmeno avere il garbo di convocarlo e di annunciargli a voce che lo avrebbe sostituito”.

Un modo di agire che nell’ultimo decennio ha contagiato anche la carta stampata.

“Purtroppo anche nel campo editoriale, è onesto riconoscerlo, questa invadenza, questo condizionamento politico ha travolto pure la carta stampata”.

Qual è la maggiore differenza che nota oggi  fra la sua Rai e la Rai attuale?

“Proprio lo stravolgimento delle regole fissate nella riforma del 1975, quella che creò il pluralismo. Creò il Tg1 e Tg2 e poi anche il Tg3, prima a diffusione regionale e poi, dal 1987, anche a diffusione nazionale: arrivò il telegiornale  ribattezzato TeleKabul. Allora quella riforma, non ce lo dimentichiamo, era nata sulla spinta di una sentenza costituzionale che aveva fissato il compito del servizio pubblico e cioè di garantire il pluralismo, fissando anche quale tipo di pluralismo andava garantito: non solo politico, ma anche pluralismo sociale, culturale, sindacale. Con la riforma del 1975 aveva l’obbligo di dare voce a tutte le voci. E il compito che questo obbligo venisse rispettato venne attribuito alla Commissione parlamentare di vigilanza. Oggi, la commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai non è più in grado di svolgere questo compito, in quanto il governo che ora decide tutto. Non a caso si sono dimessi i membri – prima l’opposizione, poi la maggioranza”.

Che cosa si può fare per modificare la situazione?

“Per cercare di riportare la Rai in una situazione di indipendenza tale che almeno le restituisca quella credibilità internazionale che ha perso, la situazione è dietro l’angolo, perché l’Unione Europea da un anno ha varato un regolamento –  l’European Media Freedom Act (Regolamento europeo sulla libertà di informazione) che è stato approvato da tutti i 27 Paesi dell’Unione.Quindi è stato votato e approvato anche dal governo italiano (dall’Italia in sede europea, ndr) e ora questo regolamento andrebbe applicato immediatamente nel nostro Paese e, invece, l’Italia è ancora lì che traccheggia, aspetta non si sa che cosa (il regolamento dell’Unione europea, una volta approvato a livello comunitario, entra subito in vigore, senza bisogno di essere recepito con una legge, ed è direttamente applicabile, ndr) “.

Che cosa impone questo regolamento ai Paesi membri dell’Unione Europea?

“Dice semplicemente che venga riportato il controllo del servizio pubblico televisivo sotto il parlamento, togliendolo al governo. Nel caso dell’Italia, chiede di tornare alla riforma di mezzo secolo fa o, per lo meno, allo spirito della riforma di 50 anni fa. Per poterlo fare, però, la maggioranza parlamentare oggi deve approvare una riforma per modificare la governance della Rai. In pratica, la maggioranza parlamentare deve approvare una riforma grazie alla quale i membri del  consiglio di amministrazione della Rai siano nominati dal parlamento e non dal governo”.

Perché è tutto bloccato, allora? Il regolamento europeo c’è, è immediatamente attuabile. Che cosa manca?

“É tutto bloccato perché il governo ancora pretende che almeno due membri del consiglio di amministrazione della Rai siano di nomina dell’esecutivo. E questo il regolamento europeo (il Media freedom information act) non lo prevede: è inutile temporeggiare, dicendo vediamo che cosa ne pensa la Commissione europea. La Commissione europea risponderà all’Italia che non è possibile far nominare due membri del cda del servizio pubblico televisivo perché il regolamento europeo non lo prevede”.

In attesa della riforma che non scatta, perché chi guida la Rai continua a chiudere o penalizzare, mandando in onda a tarda serata, programmi di alta qualità che è ancora in grado di produrre? Al di là degli attacchi a “Report”, ci sono altre trasmissioni chiuse, non riconfermate nel nuovo palinsesto oppure mortificate con programmazioni a orari impossibili.

“Io mi sono concentrato particolarmente sull’informazione, ma nel mio libro ci sono anche riferimenti a quelle che sono state le evoluzioni dei contenuti delle reti. Tanto è vero che io stesso, a parte la conduzione dei telegiornali, il ruolo da cronista, poi l’attività da inviato ho fatto anche esperienze di cosiddetto infotainment (unione delle parole inglesi information ed entertainment, informazione e intrattenimento), programmi di collaborazione fra rete (rai1) e testata (Tg1).  Potrei citare, ad esempio, “Droga, che fare”, primo programma di servizio su un tema molto delicato: un’analisi del mondo della tossicodipendenza e un’offerta di informazioni su come provare a uscire fuori da quella situazione; ma poi anche Italia sera, Piacere Rai1, ma soprattutto Unomattina che è stato il prototipo della collaborazione fra rete e testata.

Ora quello spirito non c’è più, si è perso in parte; inoltre si è perso quell’equilibrio fra quella che è una vocazione non soltanto del servizio pubblico come rispetto del pluralismo, e quella vocazione formativa del servizio pubblico. Ora se si stravolge l’equilibrio fra programmi leggeri e programmi di approfondimenti culturale, che diminuiscono in continuazione e vengono programmati sempre più tardi, è chiaro che si vuole stravolgere la funzione originaria alla formazione del telespettatore”.

Perché?

“Inutile che ce lo nascondiamo: da quando è nata la televisione commerciale, è nato questo lento declino della vocazione formativa del servizio pubblico televisivo. La  tv commerciale ha spinto gli strateghi del palinsesto della Rai ha inseguire verso il basso la concorrenza, invece di contrapporsi alzando il livello qualitativo. Tutto questo in nome degli ascolti. Tornando all’informazione in senso stretto, in quello che sta accadendo alla Rai (e non solo) c’è una responsabilità anche dei giornalisti? C’è una sorta di rassegnazione, un’incapacità a opporsi a questa deriva verso il basso?

É una domanda più che legittima: quello che mi fa più soffrire oggi è proprio vedere come  si siano sopite tutte le azioni di protesta che in Rai si sono viste fino al 2011, finché c’è stato Minzolini direttore (ma anche il precedente Mimun), soprattutto da parte delle redattrici. Fino a 15 anni fa, abbiamo assistito a proteste che hanno portato anche a scelte coraggiose: mi ricordo che la collega Daniela Tagliafico, vice di Mimun, si dimise per protesta; Tiziana Ferrario, con Minzolini, venne cacciata dalla conduzione del tg perché non era d’accordo con certe scelte stravolgenti dell’equilibrio pluralistico. Quella è stata l’epoca della “schiena dritta” delle redazioni che portò nel 1981 alle dimissioni  del direttore del Tg1Franco Columbo, perché era inciampato nello scandalo della P2 (il suo nome figurava negli elenchi sequestrati a Licio Gelli, ndr); poi alle dimissioni di Bruno Vespa perché aveva clamorosamente  contraddetto l’impegno editoriale di mantenere il pluralismo e, invece, aveva dichiarato pubblicamente di voler essere il punto di riferimento del mondo democristiano. Quindi, un’assemblea non facile portò alla sfiducia di Vespa direttore.

Al tg2, quando arrivò Mimun come direttore, la redazione reagì votando quattro volte la sfiducia. Oggi queste reazioni sono diventate sempre più sporadiche. Io ammiro molto la generazione dei trentenni perché sono quelli che oggi si stanno cominciando a rendere conto che non si può più andare avanti così.

Di recente, c’è stata una delle tre componenti del cdr (comitato di redazione, il sindacato interno) del Tg1 che ha scritto una lettera di protesta contro il direttore Chiocci per alcune dichiarazioni rilasciate. In queste dichiarazioni Chiocci riconosceva di essere un punto di riferimento del governo e così è stata inviata la lettera di protesta. Così come  Rainews ci sono stati cinque tentativi di sfiduciare il direttore e solo al quinto la dirigenza di viale Mazzini ha compreso che forse era il caso di mandarlo via. Però, nella massa della nostra categoria c’è la rassegnazione”.

Perché questa rassegnazione diffusa?

“Perché non c’è più la voglia di tenere fede o di difendere il principio del pluralismo. C’è il timore di venire emarginati all’interno della redazione se si difende questo valore che non va più di moda. Invece, non ci si rende conto che la tutela del pluralismo è un cardine della democrazia. Se non c’è più pluralismo nell’informazione non c’è più democrazia”.

Da cittadini che cosa ci rimettiamo ad avere una Rai meno forte, ad avere un’informazione meno pluralista?

“Ci rimettiamo la manipolazione dell’informazione di cui le persone con maggiore cultura si rendono conto; quelle che, purtroppo, hanno meno strumenti di comprensione approfondita, non si rendono conto di come e quanto venga manipolata la loro coscienza. L’ultimo esempio è stato l’attacco ignobile in Parlamento al presidente Scalfaro: le cose stanno in maniera completamente diversa da come sono state raccontate. Ma le persone che ne sanno? Il pubblico ha la voglia di andare a verificare se quanto detto in aula sia vero oppure no? Diventiamo sempre più vittime di una narrazione realizzata apposta per fare propaganda a una linea politica, non per raccontare la verità”.

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