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VIAREGGIO – Nell’hangar dei Cinquini, Stefano preme il tasto di un telecomando nero e all’improvviso, in silenzio, la gigantesca ragazza di cartapesta inizia a inginocchiarsi. Poco più avanti, nell’hangar della famiglia Lebigre-Roger, una mano invisibile fa muovere gli occhi di Benjamin Netanyahu e lo sguardo del premier israeliano diventa malvagio. Venerdì mattina, 30 gennaio, mancano 48 ore al primo corso di Carnevale.

Si provano i movimenti, ci si dà sotto con la colorazione. Ovunque ci sono barattoli aperti di pittura: oro, rosso, rosa fucsia. C’è chi salta il pranzo. Chi pensa che forse dovrà fare nottata per le rifiniture. Lo scalpo di Trump, il lupo cattivo che va incontro a Cappuccetto Rosso, il Gatto e la Volte con le loro illusioni a basso prezzo.  E poi, i grandi della Terra – si fa per dire – Xi Jinping, Putin, la Von der Leyen seduti al tavolo di un Casinò con il diavolo per croupier. Guerra, pace, violenza contro le donne, accordi spudorati per spartirsi Paesi e risorse: eccolo il Carnevale di Viareggio 2026, la sintesi di ciò che davvero succede nel mondo, vicino e lontano. Un viaggio nell’attualità in 13 carri allegorici – fra grandi e piccoli – e mascheroni che sfilano isolati o in gruppo per 6 corsi, sul lungomare: il primo domenica 1° febbraio, dalle 15, l’ultimo sabato  21 febbraio alle 17. Entrambi con fuochi pirotecnici al termine.

I fuochi d’artificio, però, quest’anno li vedremo soprattutto sfilare. In corso torna in abbondanza la satira politica e sociale. C’è la guerra, certo. Ma c’è soprattutto Trump, anche l’ultimissimo Trump, quello che manda gli sceriffi dell’Ice – gli sgherri dell’immigrazione – ad arrestare le bambine di 5 anni o ad ammazzare le persone per strada, come a Minneapolis. Ce lo ricordano, ad esempio, il carro di Fabrizio e Valentina Galli, padre e figlia, famiglia di costruttori da generazioni. Il titolo della costruzione anticipa tutto: “Native american return” (Il ritorno del Nativo americano), messaggio diretto al Presidente degli Stati Uniti: “Il nostro carro – esordisce Fabrizio Galli (che ha curato le parti strutturali della costruzione, affidata alla figlia per la parte artistica) – ricorda a Trump che il vero nativo americano sono i popoli precolombiani, come i Maya e gli Aztechi. Infatti, al centro campeggia un grande Azteco che fa lo scalpo a Trump, immigrato negli Usa.

La nostra è una denuncia contro la sua campagna irrazionale e crudele anti-immigrazione, tornata drammaticamente attuale con i fatti degli ultimi giorni: le persone ammazzate per strada, aggredite senza alcun rispetto per i diritti umani. Siamo andati così oltre il limite che perfino Bruce Springsteen ha rilasciato mercoledì una canzone (“Street of Minneapolis”) contro la violenza di Stato avallata da Trump”.  Che compare, infatti, in più di una costruzione allegorica. In varie vesti, per rispettare la regola aurea dell’allegoria: il camuffamento. Così, ad esempio, nel carro “I samurai del potere” di Luigi Bonetti, il presidente degli Stati Uniti è rappresentato come un samurai, impegnato, con Putin (zar di Russia) e Xi Jinping, presidente della Cina, che controlla le banche americane e l’economia di mezzo mondo. Invece, sul carro della brigata Lebigre-Roger, i tre potentissimi sono seduti a un tavolo da roulette – titolo della costruzione “Gran Casino-Rien ne va plus” – insieme a Netanyahu e Ursula Von der Layen, la presidente di quell’Europa inutile a contrastare le guerre in atto, a prevenire quelle future.

“Questi personaggi – spiega Elodie Lebigre – sono seduti a un tavolo da gioco in un casinò, circondato da macerie che possono essere quelle di Gaza o dell’Ucraina. Sulla facciata di questi palazzi distrutti, abbiamo riprodotto alcuni articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, stracciata da questi leader mondiali che fanno accordi sottobanco per i propri interessi personali e non delle proprie comunità. Si credono grandi, ma come uomini e donne sono miserevoli: perciò li abbiamo realizzati con teste grandi e corpi piccini”. Del resto – prosegue l’artista – questi personaggi ritengono “di comandare il mondo, ma non si accorgono che il gioco è in mano al Diavolo-croupier, una spia ulteriore del fatto che il banco vince sempre. E loro perdono. O, meglio, fanno perdere noi, essere umani. Lo sottolineiamo nel carro con le slot machine che girano impazzite, alternando le facce di questi leader a quelli delle bombe. O con le figuranti vestite a lutto per i morti delle guerre ma che, a un certo punto, si tolgono velette e mostrano i veri abiti: quelli da diavolo”.

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Chissà se queste immagini, se la satira di Viareggio quest’anno arriverà nei palazzi del potere internazionale. Di certo, personaggi e messaggi sono riconoscibili. Gli attacchi pure. Alessandro Avanzini trasforma Ursula von der Leyen in una robotica gallina dalle uova d’oro (La gallina dalle uova d’oro è, infatti, il titolo del carro). “Tuttavia – precisa il costruttore – la presidente dell’Unione europea-gallina non produce uova: dal suo corpo escono bombe. É una portatrice di morte, non di vita. Questo progetto mi è venuto in mente la scorsa primavera quando la presidente Von der Leyen autorizzò il riarmo dell’Europa, senza passare dal Parlamento, confermando che la politica è asservita alle grandi lobby della guerra e della produzione delle armi. Non è più l’Europa l’Europa nata dai valori di solidarietà, uguaglianza, tutela dei diritti ma è ormai un’Europa che sta producendo di nuovo ciò che la distruggerà: i nazionalismi. Mentre la pace ormai è diventata un’eresia. E, come gli eretici, sta chiusa in una gabbia medievale”.

Non va di moda, infatti, ricordare – come in una canzonetta del Carnevale – che “la pace con le bombe non si fa”.  Non è mai andato di moda. Eppure, 80 anni fa, “per far finire la guerra” vennero tirate due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki: il 6 e il 9 agosto 1945. Oggi, con il carro “999” i costruttori Carlo e Lorenzo Lombardi ci avvertono che siamo in una situazione di non scampato pericolo. Questa volta l’allegoria va a braccetto con una leggenda giapponese: chi piega mille gru di carta può vedere realizzato un desiderio. “Sadako Sasaki, al centro della costruzione di I categoria, vittima delle radiazioni della bomba di Hiroshima, iniziò a piegarle per guarire – si legge nella relazione al progetto dei Lombardi – ma si fermò a 999. Oggi potrebbe essere a Gaza, a Mariupol, in Sudan. È il volto di ogni bambino che cresce tra sirene e rifugi, che impara troppo presto il linguaggio della guerra. Alle spalle di questa enorme Sadako in cartapesta incombe Godzilla, simbolo di distruzione. La pace resta incompiuta finché la guerra continuerà a farci ombra”.

Ombra, già. Ma il buio non arriva solo dalla politica internazionale. I soldi facili, il guadagno senza lavoro, l’ambiente a rischio, i cambiamenti climatici, i disagi personali. La violenza contro le donne non è solo satira politica. Il Carnevale 2026 offre una passeggiata anche nell’attualità. I femminicidi, intanto. La violenza contro le donne, che aumenta malgrado le leggi e le sanzioni sempre più severe. Ma, in apparenza, inutili.

Ad affrontare il tema, intanto, è il carro “Nemmeno con un fiore” della premiata ditta Scenografie Cinquini, Umberto, Stefano e Michele. Il titolo dell’opera è evocativo: le donne non si toccano neppure con un fiore. “Mi è venuto in mente d’istinto – racconta Michele, figlio di Umberto e nipote di Stefano – un giorno. Come al solito tg, giornali, talk show parlavano di violenza contro le donne e descrivevano tutti gli uomini come dei mascalzoni. Mi è montata un po’ di rabbia perché ho pensato: noi in famiglia siamo tre uomini adulti e non siamo mascalzoni, rispettiamo le donne. E come noi, tanti uomini sono perbene. Eppure il fenomeno della violenza esiste. Allora mi sono messo a pensare a un carro che tenesse insieme i due aspetti”. Così nasce questa costruzione: due mascheroni enormi, un uomo e una donna, prima di spalle. Poi si avvicinano: “Lui sembra minaccioso, lei è in ginocchio che piange – riprende Michele Cinquini – e sembra che le si avvicini per aggredirla. Invece, no. É affettuoso, la ama. Questo carro ha due obiettivi: quello di chiedere perdono alle donne maltrattate e lasciare un’immagine di amore in chi osservano i due che si avvicinano. Ecco il nostro vuole essere un carro che lancia un messaggio di amore”.

Invece, quello di Priscilla Borri è un carro – “Parità di genere?” – che fra allegorie e metafore vuole indurre una riflessione approfondita su discriminazione e differenze determinate da sesso e genere. Proprio quello che la Costituzione italiana censura, all’articolo 3: “Purtroppo – ammette la carrista – ancora oggi molte donne sperimentano l’impossibilità o la difficoltà di essere madri single o separate. O si guardano i figli o si lavora per avere uno stipendio decente. Da lì in avanti è tutto un susseguirsi di di stereotipi di genere che impediscono una vera parità: stereotipi sia maschili che femminili contenute in frasi, parole che diventano pietre, che ho realizzato intorno al carro. Sono offese, comandi, luoghi comuni che ci intrappolano in ruoli solo a causa dei pregiudizi. E sono questi pregiudizi che fanno pendere la bilancia delle sentenze ancora a favore degli uomini, rendendo cieca la Giustizia”.

E così, con questi carri, si passa dalla satira politica a quella sociale. Mentre la satira si fa costume, ad esempio nel carro “Il campo dei miracoli” di Jacopo Allegrucci, che d’impatto, ci rispedisce dritti nella favola di Pinocchio: la Volpe zoppa, il Gatto cieco, gli alberi con gli zecchini d’oro “e un’umanità varia – racconta il carrista – pronta a essere conquistata dalle promesse vane, illusorie, dei due truffatori per eccellenza, pari a quelli che vendevano gli elisir di lunga vita in boccetta, nel West. O a chi ti promette soldi e successo facile magari con una comparsata in televisione. Questo carro nasce da un’esperienza personale: dalle continue telefonate di chi ti vuole vendere qualunque tipo di cosa, di esperienza. Ti promettono di insegnarti a parlare l’inglese in tre giorni o di guadagnare migliaia di euro, investendone poche centinaia. Allora ho messo tutto insieme per mostrare quali siano gli abbagli, le promesse di raggiungere l’impossibile”. Per Allegrucci ci siamo dimenticati che “chi ha avuto successo o ha fatto i soldi, ha dovuto lavorare duro. Ha vinto, ma anche fallito. É caduto e si è rialzato, non ha piantato le monete d’oro in un campo, come Pinocchio. Né è andato dietro a tutte le sirene dell’ultima ora, come l’Intelligenza Artificiale: certo è una tecnologia importante, fino a quando resta uno strumento gestito dall’uomo, senza essere considerata la soluzione a tutti i nostri mali. Infatti l’ho rappresentata come una grancassa, suonata a mo’ di richiamo da una scimmia”.

E a proposito di scimmie e messaggi ingannevoli, ecco che si torna a Trump, questa volta, però, come non paladino dell’ambiente: Massimo e Alessandro Breschi propongono la costruzione “The Last Hop(e) Il cambiamento climatico è una bufala” che, tra gli stagni incontaminati e le ninfee ispirati ai dipinti d Monet, lascia trapelare un ambiente inquinato, riflesso delle “ben più vaste e devastanti conseguenze globali della crisi ambientale. Il disastro ecologico, che rischia di compromettere le meraviglie della natura, non può più essere nascosto sotto il fango. Ma forse questo cambiamento climatico è solo una bufala? – come sostiene Trump” amico di petrolieri e lobbisti. Oppure è vero, come sostengono nel mondo gli ambientalisti?

Nessuna speranza, allora? In realtà sì. Arriva dal carro “In bocca al lupo” di Luca Bertozzi che raffigura Cappuccetto Rosso, il sentiero nel bosco e il lupo (cattivo) della fiaba. “Ma siamo davvero sicuri che il lupo sia cattivo? Se si scruta bene il suo sguardo, ci accorgiamo che l’espressione non è feroce: è arrabbiata, ferita. E se anche il lupo fosse, in qualche modo una vittima? Se fosse cattivo perché è stato ferito? La costruzione si ispira, è vero, alla fiaba di Cappuccetto rosso, ma ne capovolge il finale: abbiamo una bambina che, in un primo momento, si spaventa di fronte all’animale che appare feroce. Ma, invece, di scappare o gridare, gli va incontro. E, in modo inaspettato, gli dà una carezza. Va oltre l’apparenza e comprende che non è malvagio, ma solo ferito. La mia Cappuccetto rosso ci dice che l’altro non è il nemico e che dovremmo avere la forza di comprendere, conoscere, non lasciarci intimorire dalle apparenze. Anzi: dovremmo comprendere la forza rivoluzionaria della gentilezza. Un gesto gentile è più potente di mille fucili”. In più – evidenzia Bertozzi – il titolo del carro vuole essere un augurio per tutti: per vivere la propria vita al meglio, con la migliore predisposizione d’animo.

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Anche per il costruttore Roberto Vannucci è necessario cambiare l’approccio alla vita: con il suo carro “Io vivo in questo momento” sottolinea la necessità di goderci di più ciò che stiamo vivendo, senza lasciarci travolgere dalle nostalgie inutili né da illusioni future: “La società in cui viviamo ci induce a credere di vivere pienamente il presente. Ma è una sensazione illusoria. Riconsideriamo il passato e, per fuggire dal presente – ammette il costruttore – indirizziamo le nostre energie al futuro. Dovremmo invece vivere qui e adesso.  Ciò che fa parte della nostra vita va vissuto con intensità e gratitudine”.

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