Parco Foreste Casentinesi sito

SIENA – La Toscana può contare su una superficie boscata tra le maggiori in Italia, circa 1 milione e 100.000 ettari, e anche il suo indice di boscosità (oltre il 50% se riferito all’intera superficie regionale e oltre il 60% considerando le sole aree collinari e montane) è fra i più alti delle regioni non solo italiane, ma anche europee.

Un settore che la Regione Toscana, con la L.r. 39/00 “Legge forestale della Toscana”, testo unico che disciplina tutte le attività del settore insieme al regolamento forestale (D.P.G.R. n. 48/R dell’8 agosto 2003), ha deciso di normare. La legge riconosce il bosco come bene di rilevante interesse pubblico con un valore multifunzionale e ne persegue la conservazione e la valorizzazione economica in quanto concorre allo sviluppo rurale complessivo della Toscana.

L’importanza, in termini di superficie e varietà di ambienti, è confermata anche dall’Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi di Carbonio (INFC) i cui dati confermano la Toscana come regione che, con 1.015.728 ha, possiede in assoluto la più estesa superficie di bosco tra tutte le regioni italiane. Grazie a ciò i boschi della nostra regione risultano essere il primo “magazzino” di stoccaggio italiano della CO2. Il bosco toscano occupa quindi uno spazio molto importante sia a scala regionale che nazionale, non solo per l’estensione, ma anche per quanto attiene all’economia, all’ambiente, alla cultura e al benessere delle persone.

Ebbene in questo interessante e dinamico quadro evolutivo dei concetti di gestione forestale sostenibile da un lato, e delle tecnologie d’informazione geografica dall’altro, ci si potrebbe immaginare che oggi un moderno forestale (gestore o pianificatore) possa disporre di un quadro informativo esaustivo, dettagliato e costantemente aggiornato della consistenza delle risorse forestali di un dato territorio (sia essa una particella o un Comune). Niente di più falso.

La consistenza dei dati disponibili è sicuramente aumentata, le tecnologie sono sempre più potenti e disponibili a prezzi sempre più bassi, ma in Italia le informazioni forestali, quelle no, sono ancora, tristemente, ferme a standard tipici degli anni ’80 del secolo scorso. Quanti ettari di bosco ci sono nel Comune di Firenze? Quanti ettari di bosco ci sono nella Regione Toscana nel 2010? Come evolvono i contagi dai vari patogeni nei nostri boschi? Lo scorso anno, o quello precedente, o quello ancora prima abbiamo tagliato in Toscana più o meno dell’incremento?

Incredibilmente non siamo in grado di rispondere a nessuna di queste domande dovendoci quindi ‘accontentare’ degli ultimi dati disponibili fermi al 2019 – Rapporto sulle foreste della Toscana – che, tuttavia, continuano ad essere piuttosto rappresentativi considerato che l’ultimo riferimento di misurazione statistica prendeva in considerazione il periodo 1954 – 2016.

La superfice della Toscana si sviluppa in 22.987 kmq. Di questi, quasi la metà è ricoperta da foreste, ovvero 11.897 kmq. Qui spiccano per diffusione querceti come il cerro e la roverella, insieme a specie come il castagno, il faggio e l’abete. In questi territori spiccano le foreste e i boschi del Casentino, dominate dal faggio e dall’abete, riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco. Proprio per preservare le straordinarie caratteristiche storico-naturalistiche delle foreste del Casentino, dal 1993 quest’area dell’appennino tosco-romagnolo è tutelata dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Qui la grande varietà faunistica permette di incontrare specie di notevole interesse come il lupo o l’aquila reale, insieme alla presenza di mammiferi come cervi, daini, caprioli e mufloni. Tale varietà è concessa anche dall’elevata diffusione di boschi di alto fusto (che nei più di 5 mila ettari delle Foreste Casentinesi diventano foresta secolare) e di piante dalle notevoli dimensioni, insieme ad una vegetazione variegata che permette l’esistenza di ambienti diversificati.

Altri elementi floristici tipici sono rappresentati dai boschi di faggio e acero montano, insieme a boschi in cui convivono faggi, aceri, frassini, olmi e tigli. Foreste e boschi del Casentino sono un esempio di convivenza tra uomo e natura, come testimoniato non solo dai borghi, ma anche e soprattutto da due santuari di grande fama come La Verna e Camaldoli, rispettivamente nel piccolo comune di Chiusi della Verna (AR) e nel comune di Poppi (AR). Proprio il Monastero di Camaldoli ha contribuito a formare il paesaggio naturale circostante: in molte aree forestali d’Italia, a differenza di come si crede, la naturalità del paesaggio non è innata, ma frutto anche dell’oculata e responsabile azione dell’uomo. Storicamente nel nostro Paese i monaci furono protagonisti della cura del territorio occupandosi delle opere di bonifica, della manutenzione dei corsi d’acqua e delle foreste, che spesso contribuirono ad accrescere.

Se nelle aree interne dell’Appennino i boschi sono formati da faggi, abeti e querce, avvicinandosi al mare la vegetazione cambia. Nel tratto di costa tra le province di Pisa e Lucca si estende, per 23.000 ettari, un complesso sistema di dune, macchia mediterranea, aree palustri, pinete (formate da pini domestici e pini marittimi) e boschi dove gli alberi più comuni sono il leccio, il pioppo, l’ontano e il frassino, che ricadono nel Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.

Su una base di rocce sedimentarie, nel sud della Toscana, si erge il monte Amiata (1784 mt.), vulcano inattivo. In virtù della sua natura geologica, la vegetazione ne ricopre interamente le pendici, in maniera concentrica. La composizione della flora varia con l’altitudine. Le specie legnose spontanee più diffuse sono il Faggio e il Castagno. Il Faggio vegeta nella parte più alta della montagna, tra i 1000 e i 1700 mt, e dà origine a boschi puri governati a fustaia (generati da seme). Attualmente si constata il taglio di numerosi appezzamenti del bosco di faggio. Tra i 600 e i 1000 metri, nella cosiddetta fascia del Castanetum invece, vegeta il Castagno. Alle quote più basse, soprattutto nel comune di Casteldelpiano (Grosseto), sopravvive un numero limitato di castagni monumentali per la coltura della castagna. La forma di coltivazione di maggior rilevanza è quella della “selva castanile” o castagneto da frutto. Va ricordato che le varietà di pregio di castagna, coltivate sull’Amiata (marrone, cecio e bastarda rossa), per la qualità che le contraddistinguono, sono state premiate con l’Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.). Oltre al faggio e al castagno, sono presenti anche popolamenti di origine artificiale di Abete Bianco, Pino Nero e Cerro. Sporadicamente, si trova anche l’Acero montano, il Frassino maggiore, il Carpino nero, i Sorbi ed altre piante tipiche di queste altitudini.

Alle quote superiori del Castanetum, il destino del castagno, governato come bosco ceduo è divenuto drammatico. A queste altezze, a causa dei tagli, quasi non esistono più castagni monumentali d’alto fusto. Il panorama offre solo polloni; ovvero una sorta di grandi cespugli formati dalla ricrescita disordinata dei molti getti della pianta, che compaiono là dove poteva esistere un castagno secolare.

La diffusione del bosco in Toscana

In termini di valore assoluto la provincia con più superficie a bosco appare Grosseto con 200.307 ha, seguita da Firenze (185.241), Arezzo (183.057 ha) e Siena (167.954 ha). La provincia più boscata della Toscana appare così Massa Carrara, con ben in 73,2 % del territorio coperto da aree forestali, seguita da Lucca (62,9%) e Pistoia (58%). Per quanto riguarda la distribuzione in macrocategorie, i dati dell’Uso del Suolo 2016 risultano in linea con quanto rilevato da INFC 2005. Essi mostrano come i boschi toscani siano formati prevalentemente da latifoglie decidue (78,1%), seguiti dai boschi misti di conifere e latifoglie (7,4%), arbusteti (7,6%) e boschi di conifere (5,6%).

Se confrontiamo i dati della superficie forestale toscana derivanti dalla carta dell’uso del suolo del 2016, con i dati del 1954 si rileva che 1.005.045,6 ha, il 90,7% delle attuali foreste erano tali già nel 1954, mentre 158.011,5 sono gli ettari del bosco che si sono creati tra il 1954 e il 2016. In particolare, da questa analisi si evidenzia come i boschi hanno occupato in larga parte aree a seminativo (78.730 ha), superfici agricole non utilizzate (70.503 ha) abbandonate in zone di collina e montagna.

Dalla distribuzione geografica dell’aumento della superficie forestale tra il 1954 e il 2016 si evince che le nuove formazioni forestali che si sono create sono distribuite prevalentemente nelle Province di Grosseto e Pisa che aumentano rispettivamente del 18% e del 16% la superficie forestale. Seguono poi le Province di Firenze (15%), Arezzo e Siena con il 13%, Livorno e Prato con il 12%, Massa Carrara con l’8% e Lucca e Pistoia con il 7%.

Usi civici del bosco

Buona parte delle attività e consuetudini del mondo rurale toscano, ancora oggi ruotano dentro e intorno al bosco: produzione di legno, raccolta dei prodotti del sottobosco, castanicoltura, prelievo venatorio, zootecnia, apicoltura, difesa idrogeologica, conservazione degli habitat. Queste realtà hanno oggi però dei limiti che possono comprometterne la sua conservazione nel tempo: bassa densità abitativa, marginalità socio-economica, scarsità dei servizi.

È all’interno di questa realtà che anche in Toscana, troviamo un particolare tipo di proprietà fondiaria che ha dimostrato nel tempo un suo specifico valore eco logico: la Proprietà Collettiva, posseduta in maniera indivisa da intere comunità rurali, e che nonostante gli attacchi legislativi degli ultimi tre secoli, i fenomeni migratori e il progressivo invecchiamento della popolazione residente, è riuscita a sopravvivere parallelamente alla proprietà privata ed alla proprietà pubblica.

La Proprietà Collettiva, genericamente conosciuta con il termine “Usi Civici”, in via principale riguarda beni agro-silvo-pastorali. Percentualmente prevalgono le aree boscate, la cui finalità primaria è fornire servizi alla comunità proprietaria, quale integrazione di reddito per consentirne la permanenza sul territorio e il cui utilizzo, per Statuto, non ne deve compromettere la riproducibilità nel tempo e garantire il mantenimento della sua biodiversità.

Al 2019 erano attivi 31 Comitati A.S.B.U.C. Gli Usi Civici sono stati individuati in oltre il 22% dei Comuni toscani, per una estensione totale di circa 34.000 ha di cui l’82% è rappresentato da boschi che a loro volta rappresentano oltre il 2,5% della superficie forestale regionale. Le concentrazioni maggiori di Proprietà Collettiva sono in Provincia di Lucca (per lo più in Garfagnana) con oltre 13.000 ha quasi esclusivamente boscati e nella Provincia di Grosseto con 8.500 ha di bosco e 3.000 ha costituiti da coltivi e pascoli ed ha una distribuzione per così dire “a pelle di leopardo”, per lo più concentrata in aree collinari e montane o comunque periferiche quali Garfagnana, Lunigiana, Maremma e Area Amiatina, ma non infrequenti nelle zone costiere e nelle isole: Elba, Capraia, Giglio, Giannutri e Pianosa. I soggetti gestori redigono regolamenti per l’uso del bosco, normando ogni tipo di utilizzo al fine della sua conservazione.

Le superfici forestali di proprietà pubblica

In Toscana le superfici forestali di proprietà pubblica appartengono a differenti enti. Sono presenti proprietà statali, proprietà regionali, proprietà che afferiscono alle Unioni di Comuni e proprietà comunali. La Regione Toscana è proprietaria del Patrimonio Agricolo Forestale Regionale (PAFR) ed è l’Ente pubblico che detiene la maggiore superficie forestale. Il PAFR si estende su una superficie complessiva di 109.785 ha ed è suddiviso in 52 complessi forestali. Il 91,4% della superficie del PAFR è occupato da territori forestali ed il restante 8,6% è rappresentato da superfici agricole, pascoli e altre superfici.

Il 70% del bosco in aree montane

Più in generale possiamo dire che parlare di bosco in Toscana vuol dire anche parlare di montagna che ospita circa il 70% di questa superficie. E c’è anche un altro aspetto da considerare. In montagna, il bosco fa parte della cultura dei luoghi. In montagna, da sempre, l’uomo si è preso cura del bosco ricavandone fonte di sostentamento e contribuendo negli anni alla costruzione del paesaggio. “Di questa importante risorsa noi oggi utilizziamo solo una piccola parte della ripresa vegetativa annua, ovvero di quanto il bosco produce in un anno. Il risultato è che il bosco cresce in Toscana al ritmo di più di 7 ettari al giorno – sottolinea Anci Toscana. – In gran parte cresce a scapito dell’abbandono delle aree agricole della montagna che stanno subendo una corrispondente, progressiva riduzione della Superficie Agricola Utile. Da ciò si ricava che l’aumento del bosco è dovuto sostanzialmente all’abbandono e non ad un incremento della sua coltivazione. Si tratta quindi spesso di bosco non curato, in abbandono, un sistema vulnerabile a dissesti idrogeologici ed incendi boschivi che si stanno presentando, negli ultimi anni, via via con sempre maggiore violenza”.

Ecco che diventa necessario sviluppare nuovi modelli di governance a partire da approccio culturale nuovo, dando più spazio ai processi partecipati con le comunità locali. Occorre che sia fatta una chiara distinzione tra la visione conservazionistica di quello che ancora resta degli ambienti naturali, con quella di tutela e valorizzazione del paesaggio per il quale è invece indispensabile il mantenimento di una attività sostenibile. Spesso al bosco vengono chieste più cose contemporaneamente, per cui ogni scelta di utilizzo economico ha l’obbligo di tenere in considerazione diversi aspetti come, ad esempio, il ruolo del turismo che è uno degli aspetti sempre più importanti nella dimensione economica complessiva delle comunità locali della montagna.

In questo senso occorre però trovare il giusto equilibrio tra conservazione e utilizzo economico. E’ necessaria senz’altro più formazione professionale e tecnica di chi lavora in bosco, poiché dobbiamo essere pronti ed in grado di utilizzare le nuove tecniche e poi perché l’impresa forestale, in una visione più ampia, non può più limitarsi solo al prelievo, ma deve curare la gestione forestale in un senso più ampio così come accadeva in passato. Serve sviluppare e migliorare l’accesso alla risorsa, non solo la viabilità forestale, ma anche introdurre nuove tecnologie per far sì che utilizzare il bosco sia economicamente sostenibile. Serve più associazionismo per superare il problema della polverizzazione delle proprietà anche con forme innovative di governance (esempio della Foresta Modello, l’ottima esperienza del Forest Sharing, o l’approccio di filiera come per i PIF forestali).

Serve attivare il “Programma straordinario di manutenzione del territorio forestale e montano” indicato come una delle priorità dal decreto semplificazioni (D.L.76/2020 art.63) anche utilizzando i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per avviare un grande “cantiere verde” per la gestione sicura del territorio e del paesaggio naturale e per far sì che si crei davvero quell’economia circolare che può essere motore dello sviluppo per le aree interne. In due parole più pianificazione e maggiore programmazione.

“Il taglio del bosco” è un approfondimento tematico che la nostra redazione segue con la modalità del long form article per analizzare in dieci puntate con cadenza settimanale la tematica, dando spazio a coloro i quali, a vario titolo, fanno parte di questa importante filiera.
La prima puntata: 
Taglio del bosco. A rischio il paesaggio toscano e anche la nostra anima è stata pubblicata il 30 aprile.

La seconda puntata: Taglio del bosco. «Gestione non sostenibile. Danni per tutti». Le scomode verità secondo il WWF toscano (agenziaimpress.it) è stata pubblicata il 9 maggio.

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