La parola “paesaggio” è ormai un termine dai molti significati. Nel paesaggio, infatti, “vediamo” (ricerchiamo) natura, cultura, lavoro dell’uomo, istanza artistica, i riflessi delle aspirazioni e dei sentimenti umani. Ogni visione paesaggistica, dunque, diventa, in qualche modo, lo sguardo con cui le nostre emozioni intendono fissare la realtà. Ed avviene, di fatto, che nessun ambiente trovi, poi, una descrizione del suo “vero”, quanto, piuttosto, un racconto di ciò che esso evoca. Persino la descrizione geografica – ritenuta, ingenuamente, oggettiva – non resta immune da visioni ideali ed anche ideologiche, a seconda che si adottino categorie di scienza naturale o di scienza umana.

Dunque il paesaggio, al di là della sua valenza estetica, è uno stratificato insieme in cui, lungo il tempo, natura e uomo e, quindi storia e civiltà particolari, hanno interagito e continuano ad agire. Tutto ciò a significare che nessuna realtà paesaggistica può essere ritenuta immutabile. E forse è proprio dentro questo stratificato divenire che risiede il mistero di ciascun paesaggio, la sua connotazione “interiore” ed estetica. Cioè, quell’essere specchio, nell’oggi, di una civiltà, di una cultura, di una memoria collettiva, di una esteriorità, che, in vario modo, si sono formate generando morfologie di terra e di anima. Così il paesaggio acquista anche una valenza immateriale. I luoghi, pertanto, non restano immutabili, dati una volta per tutte, ma “diventano”, si trasformano lungo il tempo, per ciò che l’uomo vi costruisce e vi “vede”. Essi, allora, non sono soltanto quello che mostrano, ma anche quello che sanno suscitare in chi li abita, in chi li visita. Ciascuno di noi, infatti, dinanzi ad un paesaggio, dentro uno spazio naturale, urbano, architettonico…, porta e riflette là il proprio mondo culturale ed interiore, le aspirazioni, i sentimenti; innesta, in quel luogo, la propria visione della vita, la sintesi della sua vicenda personale.

Proprio da tale processo di simbiosi e dal bisogno di raccontarlo nasce il “paesaggio letterario”, ovvero il paesaggio che “sembra”. E più quel racconto viene detto e scritto, maggiormente cresce e si consolida il suo mito letterario. Così è accaduto per le terre senesi, che, giusto per il fortissimo potere evocante in esse racchiuso, con/fondono al nostro sguardo il loro “essere” e il loro plurinarrato “apparire”. Descrizioni delle terre senesi le troviamo già sui medievali libri indulgentiarum (i libri dei pellegrini che andavano a Roma, i cosiddetti romei), sui taccuini (quasi sempre noiosi e pedanti) dei viaggiatori del Grand Tour europeo, su numerose e variegate pagine di letteratura ottocentesca e novecentesca… Insomma, le terre di Siena, dall’alto Medioevo in poi, saranno testo e pre-testo in molteplici scritti d’autore. Possiamo comunque dire che il vero “scritto letterario” lo si ha a partire dalla fine del Settecento (con l’inizio del romanticismo) quando, cioè, al manuale di viaggio semplicemente descrittivo si aggiunge la proiezione psicologica di stati d’animo e di riflessioni che scaturiscono dalla seduzione pittoresca dei luoghi: è allora che subentra anche il racconto emotivo dei luoghi, pur attraverso i filtri e i parametri culturali di chi quei medesimi luoghi osserva. Nasce allora il cosidetto “viaggiatore sentimentale” (testimonianza significativa è costituita proprio dal Sentimental Journey di Laurence Sterne, 1768, reso celebre in Italia dalla versione di Ugo Foscolo, 1813). Avviene così una sorta di scambio fra sentimento e scena paesaggistica. Dalla “vista” di un paesaggio si passa alla sua “visione”. Il paesaggio non trova più e soltanto una sua descrizione estetica ma anche estatica. E’ così che si inaugura la categoria del “pittoresco”, la degustazione estetizzante e nostalgica di un luogo. E tutto ciò avviene anche nel caso delle terre senesi e – poiché stasera ci interessa una porzione particolare di queste terre – diremo che tutto ciò avviene anche nel caso della Val d’Arbia.

Chi giungeva a Siena da sud restava indubbiamente colpito dalla distesa delle Crete. E proprio le impressioni sulle Crete ci dimostrano ciò che prima andavamo dicendo: che, cioè, il paesaggio si modifica anche grazie alla sua percezione e descrizione. Le Crete – noi lo sappiamo – rappresentano un paesaggio scarno, in alcuni scorci persino inquietante; e, forse, proprio per questo fu “rifiutato” e liquidato in poche righe da scrittori come Stendhal e Dickens (tanto per fare solo due esempi). Stendhal attraversò le Crete in una fredda giornata del febbraio 1817 e annotò nel suo diario: «Scrivo in carrozza; procediamo lentamente, in mezzo a un seguito di collinette vulcaniche, coperte di vigne e di bassi ulivi: niente di più brutto. Per rifarci, di tanto in tanto attraversiamo una breve pianura impaludata da qualche fonte malsana». Pure Charles Dickens non andrà troppo più in là di qualche considerazione geologico-agricola: «[…] percorrendo una campagna alquanto desolata (sino ad allora non c’erano state altro che viti, nient’altro che miseri stecchi in quella stagione dell’anno) ci fermammo come sempre, a mezzo della giornata, per un’ora o due, al fine di far riprendere fiato ai cavalli; ciò infatti rientra in tutti i contratti dei vetturini. Allorché riprendemmo il cammino, passammo per luoghi sempre più desolati e selvaggi, sicché il paesaggio assunse i toni di squallore e di solitudine delle brughiere scozzesi».

In verità saranno soprattutto gli scrittori novecenteschi a svelare l’anima delle Crete, di questa terra “difficile” che, da lontano, accende il miraggio gotico di Siena. A tale proposito merita subito richiamare ciò che Albert Camus annotò nel suo taccuino di viaggio: «[…] vorrei rifare a piedi, sacco in spalla […] quella campagna d’uve e d’olive, di cui risento l’odore, attraverso quelle colline di tufo azzurrognolo che si estendono fino all’orizzonte, veder allora sorgere Siena nel tramonto con i suoi minareti, come una Costantinopoli di perfezione […]».
Commossa ed entusiastica è pure l’impressione di André Suarès: «Prima di varcare la soglia di Siena […] si percorre una valle lunare; i lunghi ceri dei cipressi vegliano spenti sulle ceneri, taluni in fila a guisa di funerale, altri in circolo, a formare un concilio pensieroso; e le sabbie grigie ondeggiano sotto il cielo come groppe di elefanti che camminano sotto terra, lasciando affiorare soltanto la schiena». Intorno alla metà del Novecento, si incontreranno, poi, pagine, come quelle di Romano Bilenchi, dove il panorama delle Crete diviene persino scena di scavo psicologico. Ad esempio nel romanzo Conservatorio di Santa Teresa, Bilenchi pone il piccolo e introverso protagonista di fronte a una campagna i cui limiti orografici sembrano segnare l’interiore linea di confine fra costrizione e libertà: «Le crete chiudevano a sud la pianura. Nei pomeriggi di bel tempo, quando prati e alberi soggiacevano all’immobilità dell’aria e occorreva sforzarsi a raccogliere da una direzione qualsiasi della campagna o dell’orizzonte uno stimolo per fantasticare perché la mente non si assopisse nella calma immensa, gli unici soccorsi venivano dalle crete. Era una liberazione scrutarne il pallido grigiore dall’alto delle colline. A distanza di alcuni chilometri, le crete sembravano il margine di un deserto, promettevano visioni esotiche, avventure singolari simili a quelle degli uomini vestiti nelle fogge più strane dei quali parlava un vecchio libro riccamente illustrato. […] Ricevuto dalle crete l’imperioso stimolo ad abbandonare la fantasia a una corsa sulla campagna dormiente si chiudeva in sé: il filo delle immaginarie avventure non doveva interrompersi per intromissioni di nuove attrattive che, lungo il cammino, la campagna poteva suscitare da un momento all’altro». Già Federigo Tozzi, comunque, aveva interiorizzato quel paesaggio e percepito tutta la sorpresa e lo sconforto che i colori, le sinuosità, le ombre delle Crete evocavano. Ripetuti scorci delle prime terre della Val d’Arbia – quelle che subito si intravedono appena usciti dalla parte sud di Siena – Tozzi li intaglia lungo le pagine del Podere: la disperata inettitudine del protagonista Remigio, troverà spesso riparo e consolazione guardando là «[…] dove non c’erano monti e l’orizzonte pareva scavato nell’argilla […]; la notte, il fontone pareva uno specchio disteso sotto la luna. Attorno le crete rilucevano; anche perché rendevano la luce assorbita durante il giorno». Questa campagna che si vede da Siena e in cui si incuneano le strade che da porta Tufi e porta Romana vanno a confluire verso la Val d’Arbia, fu, per Anatole France, durante un suo soggiorno senese, meta preferita di ripetute passeggiate serali: «La sera, dopo cena, andavo a passeggiare sulla strada selvatica di Monte Oliveto dove, nel crepuscolo, imponenti buoi bianchi aggiogati tiravano, come ai tempi del vecchio Evandro, un carro rustico dalle ruote piene. Le campane della città annunciavano la tranquilla morte del giorno; e il rosso della sera calava con melanconica maestosità sulla bassa catena delle colline».

Tralascio alcune descrizioni di Mario Pratesi, Camillo Sbarbaro, Carlo Betocchi, per sfogliare, invece, pagine che stasera ci interessano maggiormente, come talune di Henry James (e torniamo agli ultimi decenni dell’Ottocento), che dinanzi alle Crete (quelle su cui si snoda la strada che da Buonconvento conduce a Monte Oliveto) riferisce di un’atmosfera rarefatta, sospesa: «[…] non incontrammo assolutamente nulla e nessuno, mentre trottavamo dolcemente, in quelle splendide ore d’estate, attraverso quell’arida desolazione che pure in qualche modo ci sorrideva di continuo […]». Lo stesso paesaggio trova una puntuale e partecipata descrizione di John Addington Symonds: «Abbandoniamo qui la strada maestra e ci immettiamo in un viottolo attraverso un letto d’arenaria, avendo davanti il delicato profilo vulcanico del Monte Amiata e sulla destra l’aereo cucuzzolo di Montalcino. […] Ecco Monte Oliveto, una massa di rosso laterizio con i cipressi per sfondo fra arruffati calanchi, o balze come le chiamano qui, sulla collina che si trova sotto il villaggio di Chiusure. […] Le balze si fanno più arcigne, più aride, spaventose. Ci si accorge come gli scrosci d’acqua rovesciati dai temporali trascinano verso il basso viscosi rigagnoli d’argilla distruggendo in un’ora i terrazzamenti che hanno richiesto un anno di lavoro e spargendo sui miseri campicelli di grano una melma devastatrice. La gente dà il nome di crete a questi terreni, ma più che terra gessosa la loro sembrerebbe essere marna. Essa tende di continuo a smottare in gole e calanchi, mettendo a nudo le radici degli alberi e facendo della coltivazione del terreno un lavoro ingrato. Ci si chiede come le poche piante possano attecchire in questa tetra desolazione, o dove trovino la pazienza quei contadini che, una generazione dopo l’altra, rinnovano il lavoro, sempre all’inizio e mai alla fine, richiesto da un simile deserto». Virginia Woolf restò così folgorata dall’Abbazia olivetana, da scrivere alla sorella: «[…] ieri siamo andati in un posto dove mi farei seppellire, se le ossa potessero andare a spasso – cioè Monte Oliveto; oh oh oh – cipressi, vasche quadrate, buoi, e non grandi colline spigolose, ma piccole colline vellutate – e il monastero […]». Un secolo dopo rispetto alla Woolf, la visione di Monte Oliveto occuperà anche la penna di Guido Piovene: «Il paesaggio dietro il convento, a monticelli, costole, spacchi bianchi, già appartenente all’arte. Sembra lo scenario approntato dalla natura stessa per recitarvi il dramma sacro della lotta tra Dio ed il demonio tentatore. Il pensiero ritorna ad un affresco del Signorelli, nel chiostro, in cui il diavolo appare sotto le spoglie di un innocuo viandante incontrato per caso, col volto del primo che passa».

Sempre le Crete che sprofondano fra Monte Oliveto e Chiusure, suggeriranno a Mario Luzi una grande allegoria ascetico-filosofica: «Penso a luoghi come Monte Oliveto: numerose persone vi salgono per poi stringere la focale dello sguardo nei sottostanti e profondi cretti di argilla; ma non credo che ne ritornino “colme”, quanto, piuttosto, prosciugate. Quella natura non regala cose da portare via, ma purifica, rende aperti ad altro. Si spalanca ai nostri occhi la terra-pagina di un libro difficile, smarginato, da decifrare, dove ci viene pur spiegato che l’assenza è intrinseca alle cose, alle forme, non di rado qualificate proprio dal loro “vuoto”. Libro che, d’altro canto, consola perché rivela la pienezza che le lacune hanno tratto a sé. Dunque, libro che aiuta a riformulare la perdita in speranza, l’assenza in ricongiungimento. A guisa di inserto giocoso (e per scrupolosità di repertorio) si ricorderà un’altra celebre citazione letteraria di Buonconvento, nel Decameron (IX Giornata, Novella IV), laddove si racconta che «Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa e i denari di Cecco di messer Angiulieri, e in camicia correndogli dietro e dicendo che rubato l’avea, il fa pigliare a’ villani e i panni di lui si veste e monta sopra il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in camicia». Epilogo della burla fu che l’Angiolieri, per la vergogna, non «ardì di tornare a Siena», ma con dei vestiti prestatigli se ne andò da certi «suoi parenti a Corsignano, co’ quali si stette tanto che da capo dal padre fu sovvenuto». Proseguendo nel nostro excursus – e spostandoci a Montalcino – merita inoltre citare Carlo Betocchi, che, affacciato dagli spalti della fortezza ilcinese, guarda «la veridica tristezza dell’affilato, irreale crinale dei calanchi». La visione che Mario Luzi ha dalla fortezza di Montalcino è invece quella di un paesaggio aperto “nella sua galoppata verso il mare”; ed ecco la poesia il cui primo verso ha dato titolo al nostro incontro:

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua galoppata verso il mare,
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro dagli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: “guardami, sono la tua stella”
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
dove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.
Tutti i miei più che quarant’anni sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo, chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta.

Mentre Romano Bilenchi così racconta le impressioni di Ottone Rosai su Montalcino e sulla immensa distesa di crete che lo circondano: «Si mise a parlare del mio paese, di Siena, della campagna, di Montalcino e della immensa distesa di crete che lo circondavano, come se non fossi stato con lui in quella gita e, a volte, i giudizi contrastavano con quelli già espressi durante la strada. Lo aveva colpito la varietà della campagna, ora geometrica e parca, ora ricca di verde e di alberi, disordinata, ora resa deserta dalle crete. Mentre da Buonconvento correvamo a Montalcino e a Radicofani, mi disse, era stato così oppresso dalla malinconia da non potere isolare e percepire distintamente un solo tratto di quella terra spoglia e angosciosa che tanto gli sarebbe piaciuto dipingere, mentre gli era facile con le strade di Firenze e con quelle che attorniavano Firenze da ogni lato e alle quali sapeva legare ogni attimo della propria tristezza e della propria felicità».
Solo la poesia di Mario Luzi, però, saprà accendere lo scenario delle Crete di una luce abbagliante, astrale, profondamente metaforica. E’ là che Luzi vede una perennità di vita continuamente generata dal naturale riassorbirsi della morte nel ciclo naturale della terra. Come evidenzia Stefano Verdino introducendo l’opera poetica luziana: “Non esiste nella poesia italiana del nostro secolo una poesia così intrisa della campagna intesa non come paesaggio ma come vita”.
Sentite l’intensità di questi versi:

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare mosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di tormento.

Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.
E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.

Pensieri tirati sulla corda
d’un’interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
Lo intende bene lei passata da quelle dune.

Ecco, quindi, presentarsi continuamente il dilemma, poiché – dice Luzi – «questa terra eccita ed alimenta la condizione enigmatica dell’uomo: la rappresenta e la asseconda. Ciascuno di noi ha dentro di sé perplessità dense di mistero e qui trovano un “luogo”», come quando, ricordando la sua adolescenza senese sui banchi del ginnasio Guicciardini (oggi Piccolomini) ripensa al paesaggio della Val d’Arbia guardato, insieme ai suoi compagni di scuola, dai finestroni di piazza Sant’Agostino:

La terra senza dolcezza d’alberi, la terra arida
che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto
e incresta in lontananza
(inganno o verità,
miraggio o evidenza –
insidia a lungo la mente
una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche
è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa
che lascia transitare i pensieri
però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.

Inganno o verità, miraggio o evidenza –
Smarriti ne seguivano i lineamenti
con la testa rialzata sopra i quaderni
trasmettendosi oscura una domanda
e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.
Inganno o verità, miraggio o evidenza –
sarebbe poi negli anni
tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.
E nel sangue la febbre,
nella febbre la fiamma
d’un’aspettazione incolmabile – ne sai niente?

Pensate che a un certo punto Luzi definisce l’attraversamento della Val d’Arbia come «viaggio della mia preghiera», ovvero viaggio di ritorno, di fine-esodo e, perciò, di ricongiungimento fra l’Essere e la nostra esiliata umanità. Avverte il poeta: «E’ dolce e consolante che le orme del nostro passaggio, se pur effimero, lascino segno su questa terra tanto particolare da pensare, a momenti, che sia “terra promessa”»:

Passata Siena, passato il ponte d’Arbia,
è lei, terra di luce
che sempre, anche lontano,
inseparabilmente mi accompagna.
– Grazie, matria,
per questi tuoi bruciati
saliscendi, per questi
aspri Celimonti
a cui, calati al fondo,
d’un balzo ci levi alti,
per questo nostro errare nel tuo grembo
sbattuti tra materia
e luce, tra natura e sogno,
sbattuti continuamente
eppure aguzzi
come freccia verso il bersaglio,
non negarmi mai il mio ritorno,
da dove che sia aprigli il tuo regno,
fosse pure il trascorrere di un’ombra
dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.
Questo era il mio viaggio
o il viaggio della mia preghiera.
Mio? di lei?
Era, comunque. Era.

Paesaggio d’anima, dunque. Scenario essenziale, allusivo, onirico. Così, peraltro, ebbero a percepirlo, secoli fa, anche i pittori della Scuola senese che, nella loro purezza formale prossima all’astrazione, ne fecero ripetute citazioni raffigurandolo nei suoi rilievi inceneriti, desertici, a volte appena striati dal verde di una stenta vegetazione o prolungati, verso il cielo, da esili alberelli in balìa di chissà quale venticello. Fin da allora, dunque, si colse quel mistero interrato dentro una natura dalle forme bizzarre e imprevedibili; che trasuda a pelo di una vastità ove – giustappunto come sostiene Luzi – pare replicarsi, all’infinito, la lotta cosmica fra luce e tenebra. Insomma, una plaga in cui sembrano aver trovato davvero rifugio tutti gli enigmi della condizione umana.
Considerate, dunque, voi che l’abitate, in quale ricchezza di terra e d’anima avete e conservate le vostre radici.

(“Questa terra grigia lisciata dal vento”- La Valdarbia nelle pagine di scrittori e viaggiatori, appuntamento organizzato da sienalibri.it a Buonconvento in occasione della 40esima edizione della Sagra della Valdarbia)

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