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PISA – Una diagnosi che sembrava aver già scritto il finale. Un tumore raro e aggressivo, un’età avanzata, l’ittero, una chirurgia giudicata troppo rischiosa.

E invece, tre mesi dopo un intervento di oltre quindici ore, un paziente toscano ultraottantenne è tornato alla sua vita quotidiana, senza segni di malattia ai controlli radiologici e con una qualità di vita recuperata.

La diagnosi

È una storia che arriva ancora una volta dall’Aoup, dove un caso clinico destinato inizialmente a un percorso palliativo si è trasformato in una sfida chirurgica estrema. Il paziente soffre di colangiocarcinoma perilare, una forma tumorale particolarmente complessa localizzata nel punto in cui le vie biliari si incontrano all’interno del fegato. Per lui, inizialmente, la finestra per un intervento chirurgico sembra ormai chiusa: il volume di fegato da rimuovere sarebbe troppo ampio, l’ittero peggiora il quadro clinico e l’età rende tutto ancora più complicato.

Poi arriva la richiesta di un secondo parere a Pisa. Il caso viene discusso dal gruppo multidisciplinare e multiprofessionale che afferisce alla Sezione dipartimentale di Chirurgia epatica del risparmio d’organo dell’Aoup diretta da Lucio Urbani. Qui emerge una possibilità diversa: intervenire subito, tentando una strada che richiede esperienza, coordinamento e una chirurgia ad altissima complessità.

La storia della malattia era iniziata poco tempo prima, con un esordio improvviso: prurito intenso e ittero comparsi senza segnali premonitori, quello che in medicina viene definito un ittero comparso “a ciel sereno”, cioè in una situazione di apparente pieno benessere. La TC mostra un’ostruzione delle vie biliari intraepatiche compatibile con un colangiocarcinoma perilare. Il primo percorso ipotizzato è quello palliativo: drenare la via biliare ostruita, ridurre l’ittero e successivamente avviare la chemioterapia. Ma qualcosa va storto. Il drenaggio fallisce.

La svolta

A quel punto il caso approda a Pisa. Il team della Chirurgia epatica del risparmio d’organo lo prende immediatamente in carico e valuta se esista ancora una possibilità chirurgica. I radiologi osservano che, nonostante la neoplasia abbia ormai separato i tre sistemi biliari intraepatici, il tumore resta radicalmente resecabile. La soluzione immaginata è complessa quanto insolita: asportare soltanto la parte centrale del fegato insieme alla via biliare, preservando il resto dell’organo fino a ottenere due porzioni epatiche indipendenti, successivamente ricostruite.

Da quel momento si attiva una macchina organizzativa enorme. Oncologi, chirurghi, anestesisti, infermieri, personale tecnico e Team gestione operativa Inpatient lavorano insieme per verificare che quell’intervento possa essere realmente eseguito e soprattutto eseguito subito. Perché il tempo diventa il nemico principale: se il tumore dovesse chiudere completamente la via biliare, l’aumento della bilirubina potrebbe rendere impossibile qualsiasi operazione.

La parte più difficile, però, arriva prima della sala operatoria. Bisogna spiegare al paziente e alla sua famiglia cosa significhi affrontare un intervento di questo livello: ore di chirurgia, rischi elevati, un percorso lungo e complicato, ma anche la possibilità concreta di un trattamento radicale. Dopo aver ricevuto tutte le informazioni, il paziente sceglie di operarsi.

L’operazione chirurgica

L’intervento per rimuovere il tumore dura oltre quindici ore. Alla fine vengono asportati appena 350 centimetri cubi di fegato, circa il 20% dell’organo. Poi iniziano settimane di recupero, controlli e monitoraggi continui. Dopo 33 giorni arriva la dimissione: bilirubina tornata nella norma, diagnosi confermata di colangiocarcinoma perilare e soprattutto margini chirurgici completamente indenni da malattia. Oggi, a distanza di tre mesi, la TAC di controllo non mostra segni di recidiva nelle due porzioni epatiche residue ottenute grazie all’intervento di risparmio d’organo.

“Se non fosse un caso che ho gestito personalmente – dichiara Lucio Urbani – non riuscirei a credere a questa notizia perché per un paziente ultraottantenne si tratta forse della chirurgia più complessa che si possa immaginare, e per di più in regime di urgenza. Ma la differenza tra il rischio e il reale verificarsi dell’evento avverso la fanno le risorse umane e la preparazione in tutto il percorso di cura. La tecnica chirurgica non sarebbe nulla senza la competenza e la dedizione di tutte le professionalità del nostro gruppo. In questo caso sono particolarmente grato agli infermieri e agli operatori sanitari della corsia chirurgica, che sono stati in grado di mantenere alta la motivazione del paziente alle cure durante tutto il mese di ricovero”.

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