PRATO – Una “banca” illegale con base logistica a Prato avrebbe gestito pagamenti oscuri per organizzazioni criminali albanesi, ndranghetiste e camorristiche, movimentando tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno.
Secondo l’indagine coordinata dalla Procura di Firenze, la rete era utilizzata per trasferire “pagamenti fantasma” legati a partite di droga e a merci scambiate tra l’Italia e l’estero.
“Si assiste a una saldatura tra le frodi fiscali con traffici stupefacenti e riciclaggio, un fenomeno allarmante anche per le regioni del centro nord”, ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.
L’organizzazione
Al vertice dell’organizzazione sarebbe un cittadino cinese che, stando agli inquirenti, garantiva sia servizi di pagamento legati al narcotraffico, sia transazioni in nero tra imprese cinesi. Le attività della presunta banca avrebbero avvantaggiato tre diverse associazioni a delinquere. Una dedita al riciclaggio dei proventi della droga, una al traffico internazionale di stupefacenti e una terza impegnata nell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi.
Per rendere i trasferimenti difficilmente rintracciabili, il gruppo avrebbe impiegato il sistema di pagamento informale conosciuto come hawala — in Cina indicato come “chop-shop” — privo di tracciabilità formale. Secondo gli investigatori clan italiani, cinesi e albanesi avrebbero usato questo metodo per occultare flussi finanziari illeciti.
Le misure cautelari
Su richiesta della Procura di Firenze, il gip ha disposto il sequestro di beni per 60 milioni di euro e l’esecuzione di 41 misure cautelari: 17 persone sono state portate in carcere e 16 poste ai domiciliari. Le forze dell’ordine proseguono le indagini per ricostruire i legami finanziari internazionali e individuare eventuali ulteriori responsabilità.







