Tempo lettura: 6 minuti

Mentre lunedì scorso gli italiani guardavano le stelle cadenti di San Lorenzo e mercoledì buona parte dei cittadini europei osservava in cielo l’eclissi, seppure parziale, del sole, nessuno si è accorto che le stelle di Mps, da qualche parte, si stavano allineando.

Lo si è scoperto questa mattina, vigilia di Ferragosto, leggendo Milano Finanza, con l’intervista della premier Giorgia Meloni. “Il risiko bancario? Deve consolidare l’economia”. E poi, su Mps: “Mi auguro non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”.

Non aveva mai parlato prima in modo così esplicito della partita che si sta giocando intorno al Monte. Lo ha fatto alla vigilia di Ferragosto, quando normalmente la politica rallenta, i mercati si fermano e gli italiani sono al mare. E, invece, questa volta è arrivata una parola molto pesante.

A tutta prima potrebbe sembrare la parola fine sull’Opas di Intesa Sanpaolo, annunciata lo scorso giugno e costruita proprio sulla divisione del Monte: da una parte Intesa, con Mediobanca e una parte consistente della rete commerciale; dall’altra Bper e Unipol, alle quali andrebbero circa 635 filiali e il marchio Mps.

Ma non è la parola fine, né può esserlo. È però certamente una parola che pesa e che cambia il quadro generale.

Perché Giorgia Meloni, dopo avere premesso che il Governo non è “parte attiva nelle attuali dinamiche di mercato”, ha detto qualcosa di molto preciso: Mps è tornata in salute, è fortemente radicata sul territorio, è diventata “il pezzo pregiato” sul quale si concentrano le attenzioni. E si è augurata che dalle dinamiche di mercato possa emergere un sistema “ancor più solido e concorrenziale”, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. Avrebbe potuto fermarsi qui.

E invece ha aggiunto: “E che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”. È difficile immaginare una frase più precisa per descrivere il punto sul quale l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, sta lavorando da settimane.

Il Governo dice di non voler interferire, ma la premier interviene. anche il ministro Giancarlo Giorgetti lo aveva già detto: il Governo sarebbe rimasto neutrale rispetto alle dinamiche di mercato, ma occorreva prestare attenzione alla concorrenza e alla presenza delle banche sui territori.

Da allora sono successe molte cose.

Mps ha respinto le ragioni industriali dell’operazione Intesa. Lovaglio, venerdì scorso, ha detto che lo spezzatino rischia di distruggere valore e, dopo i risultati del semestre, ha confermato che la banca sta valutando le opzioni strategiche disponibili.

Poi, come sappiamo, Bpm ha interrotto le consultazioni. La strada che sembrava poter diventare la risposta all’Opas si è improvvisamente chiusa dopo quasi due mesi di confronto. Il cda di Bpm ha detto che non si erano create le condizioni, mentre Crédit Agricole, primo azionista del Banco con il 29,3%, aveva espresso forti dubbi sulla capacità dell’operazione di creare valore per i soci.

Eppure proprio Bpm è tornato negli scenari possibili di una strategia difensiva di Mps. Le indiscrezioni di mercato hanno indicato persino l’ipotesi di un’operazione nella quale Mps potrebbe puntare direttamente al Banco, coinvolgendo Crédit Agricole. Una strada evidentemente complessa, ma che dimostra come la partita non sia affatto chiusa.

Non è una contraddizione. È la fotografia di una partita ancora aperta. Perché ora il problema non è difendere Mps. Né lasciarla così com’è. Il problema è farla crescere.

Oggi Mps è una banca risanata, redditizia e patrimonialmente solida, impegnata nell’integrazione con Mediobanca. E si trova davanti a una possibilità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: tornare protagonista del consolidamento bancario italiano.

Dunque, Mps deve crescere. ma come?

Qui le parole di stamani di Meloni diventano interessanti. Perché se il risiko bancario deve “consolidare l’economia”, allora non basta costruire banche più grandi. Bisogna costruire banche capaci di fare qualcosa in più per l’economia reale.

Dunque, è qui che perde di senso il cosiddetto “razionale industriale” dell’ipotesi Intesa Sanpaolo, almeno nella lettura che ne diamo da tempo: una banca ridotta a pezzi, con la rete divisa e il marchio trasferito e modificato.

E acquista invece significato, almeno come direzione strategica, l’idea di Mps ancora più grande, capace di crescere e contemporaneamente conservare il proprio centro decisionale e la propria identità.

Il coniglio di Lovaglio

Luigi Lovaglio

Luigi Lovaglio, parlando ai dipendenti venerdì scorso, ha detto di avere “una stanza piena di conigli”. Il problema, ha spiegato con una delle sue metafore più riuscite, è far combaciare “il coniglio con il giusto cilindro”. Forse questa mattina, nella stanza di Rocca Salimbeni, qualche cilindro in più è comparso. Non perché Meloni abbia indicato una soluzione. Ma perché ha definito il principio.

Mps non deve essere smembrata. Il sistema bancario deve diventare più solido e concorrenziale. Il risiko va bene ma deve produrre benefici per famiglie e imprese. Se questi sono gli obiettivi, allora Lovaglio ha uno spazio più ampio per provare a costruire rapidamente una risposta.

E una risposta potrebbe essere proprio quella che avevamo intravisto da queste colonne nelle settimane scorse: non fermarsi alla difesa dell’esistente, ma cercare una nuova aggregazione capace di creare un campione bancario italiano ed europeo. Inventare insomma una mossa animata da lucida follia.

Con Bpm oggi è una strada complicata. Ma le ragioni che avevano portato Bpm a bussare alla porta di Siena sono rimaste: costruire un nuovo grande gruppo bancario che, parole dei francesi che “crei valore a lungo termine” Guarda caso le stesse usate più volte dall’ad di Rocca Salimbeni.

Il tema vero potrebbe essere proprio quello che emergeva dal nostro articolo sulle “strade d’Europa”del 23 luglio scorso. Mps, Bpm e Crédit Agricole non sono soltanto nomi dentro una contesa azionaria. Sono pezzi di una possibile nuova architettura bancaria italiana ed europea.

Una soluzione del genere avrebbe un significato completamente diverso rispetto all’Opas di Intesa. Questa volta non sarebbe Milano contro Siena. Potrebbe essere, semmai, Siena insieme a Milano. Entrambe dentro un progetto europeo.

Una banca più grande, più forte, più internazionale e magari con un centro decisionale articolato e diviso tra Siena e Milano. A nostro parere, è questa, alla vigilia di Ferragosto e anche del premio Mangia che domani riceverà dalla città di Siena, la vera sfida che Lovaglio ha davanti.

Una sfida storica

Una strada da percorrere potrebbe essere quella che permetta un nuovo progetto industriale, impostato sulla crescita e sul consolidamento ma in una dimensione europea. E, contemporaneamente, un nuovo modello organizzativo che possa essere efficiente pur mantenendo più centri direzionali, più identità territoriali, più competenze distribuite.

Un modello che potrebbe far nascere in Europa grandi banche capaci di competere con i colossi americani e asiatici, ma senza trasformare ogni fusione in una semplice sommatoria di sinergie, tagli dei costi, riduzione del personale e chiusura delle filiali.

Quel modello lo conosciamo. Produce risultati finanziari e può certamente creare valore per gli azionisti (lo abbiamo visto con le ultime semestrali). Ma il punto è capire quanto di quel valore ritorni ai territori e all’economia reale, alle famiglie e alle imprese.

Il punto, insomma, torna a essere quello del nostro precedente articolo. Il prezzo di una banca non comprende tutto il suo valore.

Il valore è anche ciò che una banca riesce a generare oltre a sé. Ed è per questo che la domanda posta da Meloni sul “consolidare l’economia” è forse più importante della frase su Mps. Perché obbliga tutti a rispondere alla stessa domanda: che cosa deve produrre il nuovo risiko bancario italiano?

Più dividendi? Più capitalizzazione? Gruppi bancari sempre più grandi? Certo.

Ma anche più credito, più investimenti, più competitività delle imprese, più presenza sui territori. Altrimenti avremo semplicemente banche più grandi, ma non necessariamente un’economia più forte.

Le stelle allineate

E allora torniamo all’inizio. Lunedì sera gli italiani guardavano le stelle cadenti di San Lorenzo. Mercoledì una parte d’Europa guardava il sole oscurarsi. A Siena, intanto, ci si preparava al Palio dell’Assunta. E nessuno sembrava accorgersi che, da qualche parte, le stelle di Mps si stavano allineando.

Poi questa mattina è arrivata Giorgia Meloni. Le sue frasi non decidono. Non boccia direttamente l’Opas nè consegna a Lovaglio una soluzione già confezionata. Ma gli consentono qualcosa che fino a ieri sembrava molto più difficile da trovare: lo spazio per provarci.

Adesso sta a lui. Provare a salvare una seconda volta Mps, questa volta non da un dissesto, ma da un destino già scritto. E provare, invece, a costruirne uno tutto inedito.

Perché le stelle possono anche allinearsi. Poi bisogna saperle seguire e avere la fantasia di immaginare la rotta.

Segui le nostre news sul canale WhatsApp
CLICCA QUI

Per continuare a rimanere sempre aggiornato
Iscriviti al nostro canale e invita i tuoi amici