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Fusioni demodè e piccoli comuni alla moda

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Marco Buselli sarà uno di quei sindaci da ricordare, da preservare con cura. Chi glielo avrà fatto fare si saranno chiesti in molti, lui, sindaco di un’importante città come Volterra, sede di uno dei palazzi comunali più antichi d’Italia, di rispondere all’appello di un drappello di primi cittadini di piccoli municipi, di aree marginali, sperdute, dimenticate, su e giù lungo lo stivale e di mettersi alla testa di Orgoglio comune, di battersi per un movimento a difesa della tutela dei piccoli comuni d’Italia, delle aree periferiche del nostro Paese, di metterci la faccia in prima persona per una causa che in quei momenti, pareva non soltanto persa ma ancor di più simbolo di un contrapporsi a leggi scritte, al pensiero unico, a progettualità già pianificate, a vestiti già confezionati e tagliati su misura per la nostra regione e per l’Italia intera.

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Eppure Buselli l’ha fatto, da solo, o quasi, tra i suoi pari, sfidando il disinteresse italiota del non occuparsi di ciò che non ci tocca in prima persona. Si è schierato, ha preso parte, mettendosi in prima persona alla guida di un’idea di Paese diversa ed alternativa, scevra da appartenenze politiche e partitiche, figlia dei territori e della loro gente, espressione di una visione lucida e di prospettiva, inebriata dall’essenza della grandezza delle nostre origini e determinata a difendere ciò che ci ha reso Italia, il bel paese.

Solo, perlopiù, tra i sindaci di Comuni che per mere ragioni demografiche non sarebbero stati interessati dalla forbice miope ed economicamente tentatrice della soppressione fusionistica, in quel 12 marzo 2016 di Piazza dei Priori, in cui una moltitudine di fasce tricolori da tutta Italia, in uno degli esempi più belli e poetici degli ultimi anni, poiché sorto dal basso ed autocreatosi, si opponeva con forza alla logica dei numeri, alla scure con la quale si sarebbe voluto recidere il cordone ombelicale della storia.

Ed oggi, forse solo oggi, e con colpevole ritardo, come accade immancabilmente da noi, percorrendo una delle tante strade provinciali che si avvitano e si abbarbicano tra le colline fin sopra le nostre montagne, tra buche, frane, interruzioni anticipate da segnali consunti, o dinanzi alle sempre più distanti, incomprensibili e gigantocratiche gestioni dei servizi pubblici locali, oppure di fronte ai quotidiani cataclismi naturali figli di una manutenzione del territorio abbandonata, ci rendiamo conto, ridestati da un sogno di realtà, che abbiamo abdicato, per sfamare la pancia e soddisfare gli istinti più reconditi, all’architettura istituzionale del nostro Stato ed a quell’idea di governo del territorio dove nessuno, neppure il più lontano, poteva rimanere indietro ed essere lasciato solo; avevamo in mente di rinunciare, nascondendola sotto la coperta dell’innovazione e del modernismo, alla nostra spina dorsale, alla colonna vertebrale del nostro paese.

In troppi, in quegli anni, per paura, timore, per logiche di schieramento o per il non esporsi perché non si sa mai, hanno lasciato che in pochi sventolassero la bandiera di questa idea di paese, che si battessero affinchè i comuni venissero aiutati a vivere e non a morire, per dirla come in quella piazza, in quel giorno, la ripeté con forza il professor Pazzagli.

E quanti Abetone ci sarebbero stati ancora senza “Orgoglio comune”, senza l’impegno di persone che, comune dopo comune, comunità dopo comunità, da nord a sud, si sono caricati il fardello di quest’Italia il cui destino pareva già scritto e relegato a qualche cartolina per le vacanze o a certi e strampalati servizi da talk show.

Ma poi qualcosa è cambiato, anche se molto dovrà ancora cambiare. Referendum dopo referendum, regione dopo regione, indipendentemente dalla posizione geografica e dalla connotazione politica, si è levato forte e fiero il grido di comunità che si sono opposte all’estinzione del proprio comune e che hanno gridato con forza un no dinanzi al sipario della loro storia ed un sì ad un futuro del quale vorranno recitare un ruolo di primo piano.

Ed allora celebriamo la legge sui piccoli comuni, approvata all’unanimità dal Parlamento, momento storico ed emozionante ma allo stesso tempo strumento insufficiente e parziale per rispondere alle cronicità ed agli innumerevoli deficit dei territori; assistiamo, con gioia, alla volontà della Regione Toscana, confermata in un convegno di qualche giorno fa, di battersi in Europa al fine di creare una quota di riserva all’interno dei fondi strutturali da destinare alle aree interne; constatiamo, non con un certo stupore, l’evento che Poste Italiane promuoverà a Roma, alla presenza addirittura del presidente Conte, il prossimo 26 novembre e dedicato ai piccoli comuni, quelle stesse Poste che fino a qualche mese fa marciavano spedite con piani di riorganizzazione e serrate selvagge degli uffici.

Ci chiediamo se il vento sia veramente cambiato, se al nutrimento alla pancia si stia sostituendo ossigeno vitale alla testa, se sia veramente arrivato il momento di congegnare un piano di salvaguardia e rilancio delle aree interne e periferiche del nostro paese al fine di attribuire a queste il ruolo che meritano nella società del futuro e che si rivelerà essenziale per la sopravvivenza della società stessa e del nostro pianeta.

E ci chiediamo allora se sia arrivato anche il tempo di riconoscere il merito a Buselli ed a tutti quelli che con lui ed insieme a lui si sono battuti per frenare ciò che pareva irrefrenabile, per evitare qualcosa del quale, poi, come puntualmente accade, ci saremo pentiti a posteriori e quando, ormai, null’altro sarebbe stato da fare.

Tanti Orgoglio comune ancora serviranno per riconnettere questi pezzi di Paese alla nazione, per rilanciarli, per rinfocolare la speranza nelle loro genti, per rinvigorire le loro aziende ed i loro giovani, per pianificarne visioni di futuro. Tanti ancora ne serviranno ma, grazie al lavoro di questi anni, quantomeno, siamo a metà del guado.