Il 30 aprile 1986, in un laboratorio pisano, partì il primo segnale Internet. Un segnale destinato a entrare nei libri di storia. Nessuno, però, ebbe la percezione di trovarsi davanti a un passaggio epocale.
«Era un progetto di ricerca», ricorda oggi Luciano Lenzini, tra i protagonisti di quel primo collegamento che portò l’Italia in Internet.
A quasi quarant’anni di distanza, quel “ping” continua a essere evocato come un momento fondativo, ma racconta solo una parte di una storia più lunga, fatta di ricerca, intuizioni e collaborazioni internazionali.
Lenzini, all’epoca avevate idea di cosa stavate facendo?
«Direi di no. E non solo noi a Pisa, ma nemmeno i padri fondatori di Internet, con cui ho avuto la fortuna di collaborare. Nei primi anni ’80 la rete era un grande progetto di ricerca, portato avanti dalle menti più brillanti degli Stati Uniti. Per noi era un’opportunità scientifica importante, ma restava questo: un ottimo progetto di ricerca. Nessuno immaginava la portata che avrebbe avuto».
Quando avete capito che non era solo ricerca?
«All’inizio degli anni ’90. Con il Web cambia tutto: Internet smette di essere uno strumento per addetti ai lavori e diventa accessibile a chiunque. È lì che diventa un fenomeno. Poi arrivano il Wi-Fi, gli smartphone: la rete diventa portatile, sempre disponibile. È questo passaggio che la rende davvero potente».
Quel primo “ping” viene raccontato come un momento decisivo. Ma cosa c’è dietro?
«Molto più di un istante. La storia inizia nel 1979, quando gli Stati Uniti decidono di sperimentare Internet fuori dai loro confini. Io lo scoprii durante una riunione a Londra. Mi invitarono a partecipare e, ottenuto il via libera del Cnr, scrissi a Robert Kahn dicendo che il Cnuce era disponibile».
Cosa rispose?
«Kahn venne a Pisa, in via Santa Maria, e iniziammo a lavorare al collegamento con gli Stati Uniti, attraverso la Pennsylvania. Avremmo potuto entrare in Rete già nel 1980, ma tra ritardi e burocrazia arrivammo al 1986. Quando il collegamento funzionò, fu una liberazione».
E oggi quel “ping” cosa rappresenta per lei?
«È come un taglio del nastro. Il momento in cui dici: il collegamento funziona. Però nell’immaginario collettivo sembra che tutto nasca lì, mentre dietro c’è un lavoro enorme che spesso viene dimenticato».
Che ruolo ha avuto Pisa in questa storia?
«Fondamentale. Figure come Alessandro Faedo e Guido Torrigiani avevano intuito presto il potenziale dei calcolatori. Quando arrivai al Cnuce, nel 1970, si lavorava già alla costruzione di reti sul modello Arpanet. Pisa ha avuto una comunità capace di mettere insieme competenze e visione».
Oggi si parla di internet quantistico. È una nuova fase simile a quella degli anni Ottanta?
«No, il contesto è diverso. Allora le reti erano qualcosa di sorprendente, oggi sono date per scontate. Il quantum, invece, è una rivoluzione ancora tutta da costruire. Per certi versi rivedo gli stessi scetticismi di allora».
Che rivoluzione porterà l’internet quantistico?
«Credo che porterà cambiamenti profondi, forse anche più radicali di quelli introdotti da Internet. A Pisa stiamo già lavorando su questo fronte: stiamo costruendo un gruppo di ricerca e io stesso insegno questi temi da alcuni anni. L’idea è creare una vera scuola sul quantum internet».
Internet, 40 anni fa Pisa apriva le porte alla Rete. “Il Ping che fece connettere l’Italia”







