TORINO – «Emerge un Sodoma coraggioso, con una visione di ampio respiro. Un artista che, partito da una città viva, come Vercelli di fine Quattrocento, si ritagliò un posto tra i comunicatori figurativi del tempo, visitando centri importanti, come Milano, Mantova e Roma».
Il direttore della Fondazione Accorsi-Ometto di Torino, lo storico dell’arte Luca Mana, parla della mostra ‘Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma. Alla conquista del Rinascimento’, di cui è curatore con Serena D’Italia e Vittorio Natale. Nel comitato scientifico, Edoardo Villata docente in Cina, Francesco Frangi, Roberto Bartolini massimo esperto del pittore. La mostra, fino al 6 settembre, segue l’ultima grande retrospettiva del 1950 dedicata al Sodoma, tra Vercelli, dove era nato nel 1477, e Siena, a cui legò gran parte della sua carriera e dove morì nel 1549. La città toscana, rispetto alla Fondazione Accorsi-Ometto, può aver trascurato una grande occasione.
A Torino?
«Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma – ricorda Luca Mana – era nato a Vercelli, Piemonte. Da qualche anno, il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto di Torino ha spostato l’interesse dal Sei-Settecento francese e piemontese al Rinascimento e al Novecento italiani. Tra il 1454 e il 1527, noi italiani abbiamo inventato il brand ‘Made in Italy’, dando forma e colore a parole quali cibo, moda e creatività. Il Novecento ha recuperato i concetti con il Futurismo e la Metafisica, assicurando nuova visibilità all’eredità rinascimentale».
L’idea?
«Da una precedente mostra di opere rinascimentali piemontesi. Mi sono accorto che il Sodoma era sconosciuto tra i suoi conterranei».
Il Rinascimento?
«Sodoma ha interpretato la sua società, dando credibilità con il saper fare ai suoi committenti. Rispetto ad altri suoi contemporanei, nelle sue opere è visibile il passaggio dalla cultura decorativo-dispersiva di Pinturicchio a quella di Raffaello. Fu un grande passo avanti per la sua società, per questo abbiamo osato scrivere ‘Alla conquista’».
La mostra?
«Le cinquanta opere arrivano da importanti istituzioni locali, nazionali e internazionali, come Museo Borgogna di Vercelli, Pinacoteche di Siena e di Brera, Galleria Borghese e Musei Capitolini di Roma, Museo Jacquemart-André di Parigi. Il progetto espositivo approfondisce la fase iniziale dell’artista, che contribuì alla formazione del suo linguaggio pittorico».
L’ispirazione religiosa contrasta con certi stili di vita dell’artista.
«No, almeno fino al 1527, anno del Sacco di Roma, dal quale ebbe fine la fase eroica del nostro Rinascimento. L’Umanesimo fu un misto di cristianesimo e di paganesimo, con l’inizio del pensiero laico moderno. Certi stili di vita che il medioevo condannava come amorali, furono ritenuti tollerabili con il consenso dei soggetti coinvolti».
La mostra sarà itinerante?
«Per ovvie ragioni, privilegia le fasi piemontese e milanese del pittore vercellese, le meno note della sua attività artistica. Spero che altre realtà e istituzioni culturali continuino questo lavoro. Sodoma merita maggiore visibilità. È stato un comunicatore figurativo straordinario; lo faremo conoscere con conferenze e incontri fino alla chiusura dell’esposizione».







