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SIENA – In ‘Moby Dick’, con Moni Ovadia straordinario protagonista, al Teatro dei Rinnovati il 20 febbraio, la narrazione inizia sul Pequod.

Lo scenario dove si consuma la tragedia di tutti i personaggi, Queequeg, Pip, Ismaele, Lana caprina, Tashtego, Flask, Daggoo, Stubb, Fedallah, in un susseguirsi frenetico di tempeste, battute di caccia, avvistamenti, bonacce, canti, riti pagani e preghiere.

‘Moby Dick’ di Herman Melville, regia Guglielmo Ferro, adattamento Micaela Miano, è la storia di un’ossessione epica. Ha la fisionomia di una tragedia shakesperiana per il senso drammatico dei personaggi. Moby Dick non è una balena, è una condanna, una maledizione che diventa sfida tra uomini.

Il Pequod è il vascello stregato che porta la ciurma verso la perdizione. Il doblone d’oro sull’albero del Pequod e il patto di sangue dei marinai sono l’attrazione mefistofelica verso gli abissi della non-conoscenza.

Con Moni Ovadia, in scena Matteo Milani, Giorgio Borghetti, Nicolò Giacalone, Pap Yeri Samb, Filippo Rusconi, Moreno Pio Mondì, Giuliano Bruzzese, Marco Delle Fratte; adattamento Micaela Miano, scene Fabiana Di Marco, costumi Alessandra Benaduce, musiche Massimiliano Pace.

Achab è ossessionato dalla vendetta, è uomo empio che disconosce Dio, dell’oltre e della violazione. Starbuck è il suo alter ego, voce della prudenza, della coscienza, testimone di una visione teocentrica che si scaglia contro la blasfemia dell’odio di Achab verso la balena bianca.

Nella ricerca maniacale di Moby Dick la follia guida il capitano Achab, ma è sul piano del conflitto umano contro Starbuck che Achab conosce l’orrore: la parte recondita della sua stessa coscienza. La malattia di Achab è Moby Dick, ma Starbuck ne è la manifestazione clinica. Moby Dick gli fa male con la sua ‘assenza’, dove Starbuck lo fa con la sua ‘presenza’.

Un conflitto posto sullo stesso piano, uno specchio dove galleggia il peccato originale…una balena bianca in un abisso nero. E poi lo specchio si crepa. Non c’è redenzione sul Pequod, solo una fitta nebbia.

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