SIENA – Esistono atleti che vincono medaglie e uomini che diventano simboli. Alex Zanardi apparteneva a una categoria a parte: quella di chi trasforma ogni caduta in un nuovo punto di partenza.
Si è spento nella serata di ieri, a 60 anni, l’ex pilota di Formula 1 e simbolo del paralimpismo. A darne l’annuncio la famiglia. Dopo l’incidente automobilistico del 2001 a causa del quale aveva subito l’amputazione delle gambe, si era dedicato al paraciclismo vincendo quattro ori e due argenti ai Giochi di Londra 2012 e Rio 2016. Nel 2020 un altro tragico incidente, uno scontro contro un camion in Val d’Orcia, nel Comune di Pienza, mentre partecipava a una gara di beneficenza da lui organizzata.
Il 19 giugno 2020: Il buio nella Val d’Orcia
Era una giornata di sole e di rinascita. Zanardi stava partecipando alla staffetta “Obiettivo Tricolore”, un viaggio attraverso l’Italia per lanciare un messaggio di speranza dopo i mesi bui della pandemia. Sulla Strada Statale 146, tra Pienza e San Quirico d’Orcia, l’imprevisto: la perdita di controllo della sua handbike, l’impatto violentissimo contro un mezzo pesante che procedeva in direzione opposta.

Da quel momento, per Zanardiè iniziata la sua terza vita. Dopo il terribile schianto del Lausitzring nel 2001, dove perse le gambe ma non la grinta, Pienza ha rappresentato una sfida ancora più dura, toccando non solo il corpo, ma anche le funzioni neurologiche.
Il trasporto d’urgenza in elicottero alle Scotte di Siena e i primi delicatissimi interventi neurochirurgici, mesi trascorsi tra terapia intensiva, centri di riabilitazione e cliniche specializzate, con il costante supporto della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Nel 2021, la notizia che tutti aspettavano: Alex Zanardi torna nella sua casa nel padovano per proseguire il recupero in un ambiente familiare.
Un’eredità che non si spegne
Parlare di Alex Zanardi oggi non significa parlare di un bollettino medico, ma di un patrimonio di valori. Nonostante il silenzio e la riservatezza che hanno circondato la sua convalescenza, il legame tra il campione e il pubblico è rimasto indissolubile. Pienza non è stata la fine, ma l’ennesima dimostrazione che Zanardi era fatto di una materia diversa: quella di chi, anche nel buio più profondo, non ha mai smesso di cercare la luce.







