Operai impegnati nella manutenzione dell'insegna della sede napoletana del Monte dei Paschi di Siena
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Il futuro del Mps, alla luce della Opas “non concordata” di Intesa San Paolo e della proposta alla pari “non sollecitata” di BPM, non riguarda semplicemente gli assetti societari o gli equilibri della finanza nazionale.

Riguarda il ruolo che una banca può e deve continuare a svolgere in un territorio e, allo stesso tempo, nel Sistema Paese.

Da oltre un secolo Mps per sua natura ha svolto entrambe le funzioni. Banca vicina a famiglie, imprese e istituzioni locali, ma anche protagonista di numerose operazioni strategiche per l’economia italiana. Oggi, mentre è in discussione la sua esistenza e la possibile perdita di centralità di Siena e della Toscana, torna una domanda decisiva: il Monte deve diventare una banca come tutte le altre oppure conservare quella duplice funzione che ne ha segnato la secolare storia?

La risposta non riguarda soltanto il destino di un istituto di credito, dei suoi dipendenti, e dei clienti. Ma quello di un modello di sviluppo che ha accompagnato la crescita della Toscana e, in molti momenti, dell’intero Paese.

Siete pronti per la lettura? E allora iniziamo.

Mps, banca di sistema o banca del territorio? Cosa è stata, cosa è o cosa dovrebbe diventare in futuro Mps? Proviamo a ragionare di questo, in queste giornate calde di attesa.

Intanto una domanda: a cosa è più utile una banca come Mps? Al servizio del Sistema Paese, in grado cioè di sostenere la crescita delle grandi imprese, mettersi in pancia parte del debito dello Stato e sostenere l’economia pubblica? Oppure al servizio di un territorio di riferimento, per garantire il credito a famiglie e piccole imprese?

Guardiamo alla sua storia.

Banca di sistema

Da decenni il Monte è riconosciuto come banca di sistema, spesso utilizzata dallo Stato per il sostegno all’economia reale e a quella pubblica. Già negli anni del fascismo smise di svolgere il ruolo di semplice cassa di risparmio del territorio. Riconosciuto istituto di credito di diritto pubblico, venne impiegato più volte per operazioni di salvataggio di banche, aziende pubbliche e per il sostegno dell’economia del regime. Persino l’acquisizione di Fontanafredda, in Piemonte, tenuta agricola di proprietà della famiglia Savoia, fu, di fatto, un salvataggio finanziario della casa regnante. Una pagina di storia che meriterebbe di essere raccontata nei dettagli, per rivelare la grandezza del Monte.

La banca senese, inoltre, a seguito delle nefaste leggi razziali, ricevette l’incarico di gestire e amministrare i beni espropriati a imprenditori e famiglie di religione ebraica. Al termine della guerra, tali beni vennero restituiti ai legittimi proprietari che, in gran parte, notarono come fossero stati amministrati dai montepaschini con il giudizio e l’attenzione di un buon padre di famiglia.

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Dopo la guerra, anche la Repubblica ha attinto spesso al caveau di Rocca Salimbeni per operazioni di sistema. Non a caso era il Governo a nominare parte della governance della banca, con presidenti quasi sempre di matrice democristiana e, quindi, governativa. Venivano scelti a Roma, su proposta degli enti locali, ma pur sempre graditi ai palazzi capitolini.

Lo sviluppo di molte aziende private nazionali passò anch’esso dalle strade lastricate di Siena. Come non ricordare, ad esempio, Silvio Berlusconi che, negli anni Settanta, chiese e ottenne anche dal Monte le risorse necessarie per i suoi progetti immobiliari per costruire Milano2. Alla banca il Cavaliere rimase sempre legato. Si dice, addirittura, che uno dei suoi conti personali sia rimasto proprio in Mps, fino all’ultimo. E il Cavaliere onorò sempre i suoi rapporti creditizi con il Monte, esprimendo parole di apprezzamento anche nei momenti di maggiori difficoltà dell’istituto.

Mps, esattore in Sicilia

Lo stesso accadde alla fine degli anni Ottanta, quando Mps fu chiamato a operare nel settore della riscossione dei tributi con la formula capestro del “non riscosso per il riscosso”, secondo la quale la banca doveva anticipare allo Stato gli importi da incassare, salvo poi rivalersi per il recupero delle somme non riscosse dai contribuenti. Tutto il rischio, dunque, gravava sull’istituto senese. Auguri!

In quel periodo acquisì le esattorie comunali di Bari, Catanzaro e Pescara, fino a diventare commissario governativo per la riscossione dei tributi in tutta la Sicilia. Sempre in Sicilia, ai primi anni Novanta, Mps venne chiamata da Banca d’Italia che le “suggerì” di acquistare la Banca Agricola Cooperativa di Canicattì.

Più recentemente, il Monte è stato coinvolto nel sostegno all’acciaio piombinese che, insieme a Intesa Sanpaolo e Unicredit, è costato centinaia di milioni di euro per mantenere accesi gli altoforni dell’ex Ilva, poi Lucchini e, successivamente, delle altre gestioni. All’epoca regnava sulla costa altomaremmana il parlamentare piombinese Fabio Mussi e la politica batteva cassa per salvaguardare migliaia di posti di lavoro e le rispettive famiglie. Fu un’operazione costosa, ma una tra le tante che contribuirono a garantire una vita dignitosa a molte persone.

Dunque, Mps è stata ed è per sua natura una banca di sistema. Inutile negarlo.

Banca del territorio

Allo stesso tempo, Mps è rimasta anche una banca del territorio. Nel corso degli anni ha proseguito nella sua tradizione ultrasecolare di vicinanza alle comunità di riferimento. Sarebbe però sbagliato pensare che queste coincidano soltanto con Siena e la sua provincia, o con la vicina Maremma e la confinante Tuscia. Dai primi del Novecento il Monte ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione e, a ben vedere, è l’intera Toscana ad avere in Mps il proprio istituto bancario di riferimento, insieme ad ampie aree del Centro e del Sud Italia.

In Toscana, in particolare, non c’è stata quasi crisi aziendale negli ultimi trent’anni in cui alla banca non sia stato chiesto un intervento. Non si contano, a Rocca Salimbeni, le telefonate di un certo capo di gabinetto di un certo presidente della Regione per chiedere sostegno creditizio a favore di un’azienda, pubblica o privata, oppure per dare ossigeno a un progetto istituzionale. Anche quando erano evidentemente velleitari.

Lo stesso vale per i Comuni toscani, dal capoluogo di Regione (a proposito, Firenze non ha in agenda una mozione a salvaguardia della banca?) fino ai centri più piccoli, molti dei quali affidano al Monte la tesoreria e parte del sostegno ai propri investimenti.

Mozione unitaria in Regione

È dunque apprezzabile che ieri, dopo il Comune di Siena e altri comuni senesi, anche il Consiglio regionale abbia approvato, all’unanimità, una mozione a salvaguardia di Mps, impegnando tra le altre cose la Giunta a promuovere, entro trenta giorni, uno studio che analizzi gli effetti economici, occupazionali, territoriali e sociali derivanti dal riassetto societario di Mps. Ai primi di agosto conosceremo gli esiti di questa analisi che, immaginiamo, sarà affidata all’Irpet.

Nell’attesa possiamo limitarci a un semplice calcolo. In Toscana vivono circa 3,6 milioni di abitanti e operano circa 341mila imprese. Poiché la quota di mercato degli impieghi Mps è pari a circa il 14%, si può ragionevolmente stimare che la banca eroghi prestiti e credito a circa 900mila famiglie e a oltre 47mila tra imprese private e pubbliche amministrazioni.

Vogliamo immaginare cosa accadrebbe se questo credito non ci fosse più?

O se, per ottenerlo, si dovesse affrontare una trafila basata più sugli algoritmi che sulla reale esigenza di crescita o di sostegno?

Cosa ne sarebbe delle aziende pubbliche, partecipate o parapubbliche se non avessero più un filo diretto con la medievale Siena, ma con la super efficiente Milano o, addirittura, con Modena, capitale dei motori, dove potrebbe trovare nuova sede il Monte dei Paschi, senza più Siena nel nome?

La Toscana non più sistema

La Toscana, e non solo, finirebbe inevitabilmente per dipendere fal punto di vista del credito dai cugini emiliani. Un certo potere politico, incarnato oggi dal Pd che governa la Regione fin dalla sua nascita, dovrebbe sottostare alle priorità stabilite al di là degli Appennini. Con buona pace dei decisori locali.

Anche le celebri cooperative rosse si vedrebbero costrette ad ammainare definitivamente i colori del Granducato e rimettersi al volere delle consorelle emiliane e romagnole, per crescere e, forse, perfino per sopravvivere.

Sarebbe un bel guaio anche per la politica se cittadini, famiglie e piccoli e medi imprenditori comprendessero che non esiste più una banca di sistema e che, quindi, non esiste più un sistema capace di garantire il credito e accompagnare le crisi. A quel punto sarebbe davvero un “liberi tutti”. A Piombino, quando l’altoforno è stato spento, sappiamo bene a chi gli elettori hanno voltato le spalle.

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La doppia identità che altri non vedono

Ecco perché Mps è, e dovrebbe continuare a essere, sia banca del territorio sia banca di sistema. Una doppia natura, un doppio volto, che alcuni economisti, politici e commentatori faticano a vedere e riconoscere e che vorrebbero dunque separare perché non corrisponde a certi schemi interpretativi.

Proiprio questa duplice identità è la forza del Monte negli anni della crescita, fino agli anni Novanta, quando era una delle banche più solide d’Italia e d’Europa. Una forza che ha coinciso anche con l’affermazione della Toscana nel mondo, non dimentichiamolo, quale simbolo di qualità produttiva in tanti settori (moda, manifattura, farmaceutico …) e meta di un turismo d’élite a altospendente.

Anche negli anni più difficili della crisi Mps, questa identità ha saputo dimostrare il proprio valore. Dal 2012 a oggi Mps non ha quasi perso clienti. Famiglie e piccole imprese hanno continuato a darle fiducia, convinte che una storia ultrasecolare semplicemente non potesse finire. E nemmeno il territorio sembra averle voltato le spalle.

La politica, che per decenni ne ha utilizzato le risorse e le disponibilità, le volterà le spalle proprio adesso? Chi si intesterà questa drammatica sconfitta per il territorio e per il Paese?

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